Immagina un deserto che, visto dall’alto, sembra un immenso tessuto a pois: migliaia di dischi di terra nuda, perfettamente rotondi, circondati da un anello di erba più alta e verde. Siamo nel deserto del Namib, una terra arida tra la Namibia e l’Angola, dove si manifesta uno degli spettacoli naturali più misteriosi del pianeta: i cerchi delle fate. Un paesaggio ipnotico che da decenni sfida scienziati e incanta viaggiatori, nascondendo una storia di sopravvivenza e ingegneria naturale.
Ma cosa sono esattamente? Si tratta di aree circolari di terreno spoglio, con un diametro che varia dai 2 ai 15 metri. La loro caratteristica più affascinante è l’anello di vegetazione rigogliosa che li delimita. Non sono opera dell’uomo né di animali visibili. Appaiono e svaniscono nel corso di decenni, distribuiti con una regolarità sorprendente, proprio dove l’acqua è il bene più prezioso. Il loro nome ricorda le leggende europee, ma qui il mistero è ancora più profondo. Le popolazioni locali, come gli Himba, li hanno chiamati “impronte degli dei”, un segno divino sulla terra. La scienza, invece, ha proposto due spiegazioni principali, oggi considerate non più rivali ma alleate.
Da decenni, due teorie principali cercano di svelare il mistero, e oggi gli scienziati credono che possano lavorare insieme:
- L’ipotesi delle termiti: Sotto la sabbia, invisibili, lavorano colonie di termiti della sabbia (Psammotermes allocerus). Questi minuscoli ingegneri si nutrono delle radici tenere dell’erba, creando il cerchio vuoto al centro. Questo spazio nudo, paradossalmente, agisce come una riserva d’acqua: non essendoci piante a consumarla, l’umidità si accumula nel sottosuolo e si diffonde verso i bordi. Lì, l’erba riceve acqua extra e cresce più forte e verde, formando il tipico anello.
- L’auto-organizzazione delle piante: In un ambiente così estremo, le piante lottano per ogni goccia d’acqua. Questa competizione feroce crea da sola degli schemi ordinati. Dove un gruppo di piante soccombe per la siccità, si forma un’area vuota. Quest’area diventa un bacino di raccolta naturale, convogliando la poca acqua piovana verso le piante ai margini, che così prosperano. Questo fenomeno, noto come pattern di Turing, spiega la regolarità quasi matematica con cui i cerchi si distribuiscono nel paesaggio.
Grazie a droni e sensori, oggi sappiamo che queste due forze spesso collaborano. Il quadro che ne esce è una collaborazione spettacolare: le termiti agiscono come catalizzatori, mentre la competizione per l’acqua tra le piante disegna la geometria del deserto. È un esempio perfetto di come diversi fattori ecologici possano creare ordine dal caos.
Alcuni fatti sorprendenti:
- I cerchi mantengono una “distanza di sicurezza” l’uno dall’altro, organizzandosi in uno schema esagonale simile a un nido d’ape per ottimizzare la raccolta d’acqua sull’intera area.
- Gli anelli di erba sono piccole oasi di cibo. Orici, springbok e altri erbivori li cercano perché l’erba ai bordi è più nutriente.
- La vita di un cerchio è lenta e ciclica. Nascono, vivono per decenni (alcuni fino a 75 anni) e poi svaniscono lentamente, mentre di nuovi appaiono altrove, seguendo il ritmo imprevedibile delle piogge.
- Sebbene esistano fenomeni simili in altre parti del mondo, come in Australia, la perfezione e la vastità dei cerchi della Namibia restano uniche.
Il deserto del Namib è uno dei più antichi del pianeta. Qui, ogni organismo ha sviluppato strategie incredibili per la sopravvivenza. I cerchi delle fate sono la firma visibile di questa lotta silenziosa ed elegante. Sono la prova che la natura, anche nelle condizioni più estreme, non solo sopravvive, ma crea capolavori di bellezza e armonia. Osservarli significa ammirare l’intelligenza di un ecosistema che, senza un progetto cosciente, trova soluzioni perfette. E mentre il dibattito scientifico aggiunge nuovi dettagli, una cosa resta certa: questi cerchi ci mostrano che persino nel vuoto di un deserto, la vita sa come disegnare poesia.
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