Esistono nel cosmo oggetti che sembrano usciti da una leggenda, proprio come il Mostro di Loch Ness: così grandi da lasciare un’impronta nel cielo, ma così sfuggenti da sembrare fantasmi. Non sono stelle, né pianeti, e nemmeno vuoto cosmico. Sono i globuli scuri, misteriose isole di buio sospese nel fiume di luce della Via Lattea. Si tratta di ammassi gelidi di gas e polveri, così densi da nascondere le stelle che si trovano dietro di loro, ma troppo piccoli per poter brillare di luce propria. Come Nessie, li vediamo non per ciò che sono, ma per l’ombra che proiettano.
Immagina di guardare una fotografia della nostra Galassia, un tappeto infinito di stelle. All’improvviso, noti delle macchie nere, quasi delle gocce d’inchiostro cadute sull’immagine. Quelle non sono “buchi” nel tessuto dell’universo, ma nubi incredibilmente dense. Sono composti principalmente da gas (soprattutto idrogeno molecolare) e granelli di polvere cosmica, che assorbono la luce delle stelle retrostanti. Alcuni di questi grumi sono estesi per una frazione di anno luce, altri per diversi anni luce. La loro temperatura è glaciale, appena 10 gradi sopra lo zero assoluto (-263 °C), un freddo tale da far condensare le molecole e ricoprire la polvere con un sottile strato di ghiaccio.
Ecco dove si nasconde il loro paradosso, il loro lato da “mostro”: sono troppo grandi e complessi per essere semplici aggregati di molecole, ma al tempo stesso sono troppo piccoli e freddi per accendersi e diventare stelle. In questo equilibrio precario si gioca il loro destino. Alcuni globuli scuri rimangono oggetti solitari e inerti, destinati a dissolversi. Altri, invece, si trovano sul punto critico: la loro massa è sufficiente a innescare un lento ma inarrestabile collasso gravitazionale, trasformandoli in vere e proprie culle stellari. Da alcuni nasceranno protostelle, embrioni di nuovi soli; altri verranno spazzati via dalla radiazione di stelle vicine. Proprio come un avvistamento di Nessie, alcune tracce preannunciano una nascita spettacolare, mentre altre svaniscono nel nulla.
La loro scoperta è una storia affascinante. Agli inizi del Novecento, l’astronomo Edward Emerson Barnard fu tra i primi a catalogare queste “nebulose oscure“, capendo che non si trattava di vuoti stellari, ma di nubi che bloccavano la luce. Fu però negli anni Quaranta che Bart Bok si concentrò sui loro nuclei più piccoli e densi, che oggi portano il suo nome: i globuli di Bok. Bok avanzò l’audace ipotesi che potessero essere i luoghi dove nascono le stelle. Per decenni, la domanda è rimasta aperta: sono incubatrici stellari o solo fredde sacche di oscurità? Oggi, grazie a strumenti più potenti, sappiamo che la risposta è “entrambe”. Il loro destino dipende da un delicato gioco di equilibri.
Ma come si può osservare qualcosa che, per definizione, non emette luce? Gli astronomi usano trucchi e strumenti speciali per sbirciare dentro a queste ombre cosmiche:
- In luce visibile, li vediamo per contrasto, come silhouette nere contro lo sfondo luminoso della Via Lattea.
- Nell’infrarosso, il telescopio riesce a catturare la debole emissione termica della polvere fredda e a penetrare parzialmente il velo oscuro, rivelando le stelle nascoste dietro o le protostelle che si formano all’interno.
- Nelle onde radio, si possono tracciare le “firme” spettrali di molecole specifiche, come il monossido di carbonio, che ci raccontano la densità, la temperatura e il movimento del gas.
- Con telescopi rivoluzionari come ALMA e il telescopio spaziale Herschel, è possibile mappare la loro struttura interna con un dettaglio incredibile, quasi come una radiografia che mostra filamenti, nodi e vuoti.
Le loro forme alimentano ulteriormente il paragone con creature fantastiche. Alcuni globuli, scolpiti dai potenti venti stellari delle stelle vicine, sviluppano lunghe code e vengono chiamati “globuli cometari”. Altri, come il celebre Barnard 68 nella costellazione di Ofiuco, appaiono come sfere quasi perfette, un buco nero e rotondo così netto da sembrare disegnato. Nella nebulosa IC 2944, invece, fluttuano i “globuli di Thackeray“, piccole gocce scure che si stagliano contro un fondale rossastro e brillante. Sono profili inconfondibili la cui vera essenza rimane celata, proprio come la creatura di Loch Ness.
All’interno di questo buio apparente, è in scena una danza cosmica lentissima. La gravità cerca di comprimere la nube, spingendola a collassare su se stessa. A contrastarla ci sono la pressione del gas, i campi magnetici che la attraversano e la turbolenza interna. La chimica è sorprendentemente ricca: oltre all’idrogeno, troviamo molecole come monossido di carbonio, ammoniaca e persino tracce di composti organici complessi, che si depositano come brina sui granelli di polvere. Sono gli ingredienti primordiali da cui, se le condizioni sono favorevoli, si formeranno i dischi protoplanetari attorno a nuove stelle, i mattoni per la costruzione di futuri sistemi solari.
È importante sfatare alcuni miti comuni su questi affascinanti oggetti:
- Non sono buchi neri né “aspirano” la luce. Semplicemente la assorbono e la bloccano, come farebbe una fittissima nuvola di nebbia davanti a un faro.
- Non sono tutti uguali. Le loro differenze in massa, densità, forma e ambiente circostante sono ciò che determina se daranno vita a stelle, a pianeti mancati o a nulla.
- Non sono eterni. La loro vita dura al massimo qualche milione di anni; poi, inevitabilmente, collassano per formare stelle o vengono dispersi nello spazio.
Studiare i globuli scuri è fondamentale, perché ci aiuta a rispondere ad alcune delle domande più profonde dell’astronomia. Con quale efficienza nascono le stelle nella nostra Galassia? Che ruolo giocano la turbolenza e i campi magnetici nel decidere il destino di una nube cosmica? E fino a che punto questi piccoli e freddi laboratori chimici sono in grado di costruire le molecole complesse che rappresentano i semi per la formazione dei pianeti e, forse, della vita stessa?
Il fascino dei globuli scuri risiede proprio in questo loro essere un confine, un equilibrio instabile. Sono l’ombra che ci permette di apprezzare la luce, l’indizio che svela una storia nascosta. Come il Mostro di Loch Ness, li riconosciamo dall’impronta che lasciano sullo sfondo. E più impariamo a osservarli con gli strumenti giusti, più capiamo che non sono miraggi, ma veri e propri misteri della natura. La prossima volta che alzerai gli occhi al cielo stellato, prova a immaginare queste silenziose sagome che nuotano tra le stelle: sono le isole di buio dove l’Universo, con incredibile pazienza, decide se creare nuovi mondi o lasciare che l’oscurità si dissolva.
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