Immagina una fredda mattina d’inverno a Boston, nel 1919. Il quartiere del North End è un brulicare di vita: fabbriche, tram e navi nel porto. All’improvviso, un boato sordo e profondo lacera la quiete. Un gigantesco serbatoio di melassa esplode. In pochi istanti, una valanga scura e densa si riversa per le strade, un vero e proprio muro di liquido alto fino a otto metri che si muove alla velocità di un’auto, a oltre 50 km/h. L’onda appiccicosa spazza via ogni cosa: persone, cavalli, veicoli, sradicando edifici dalle fondamenta. Il bilancio di questa tragedia, tanto assurda quanto reale, fu terribile: 21 morti e più di 150 feriti, e un’intera area della città sommersa da una coltre letale.
Ma perché così tanta melassa in una città? All’inizio del Novecento, la melassa non era solo un dolcificante. Era una materia prima strategica, essenziale per produrre alcol industriale e munizioni per lo sforzo bellico, oltre che rum. La Purity Distilling Company aveva costruito nel 1915 un serbatoio colossale, alto 15 metri e largo 27, per contenere quasi 9 milioni di litri di melassa, importata dai Caraibi. Una vera e propria bomba a orologeria di sciroppo nel cuore pulsante di Boston.
Perché esplose? La catastrofe fu il risultato di una tempesta perfetta di negligenza. Il serbatoio era stato costruito in fretta e furia, senza test di sicurezza adeguati, come il semplice riempimento con acqua per verificarne la tenuta. Le giunture erano state realizzate con rivetti deboli invece che con saldature sicure, e le perdite, segnalate più volte dai residenti, venivano banalmente mascherate con una mano di vernice. A innescare il disastro contribuì uno shock termico: il giorno prima, una grande quantità di melassa più calda era stata pompata nel serbatoio gelido, creando un mix letale di stress termico e pressione interna. Analisi successive rivelarono che l’acciaio utilizzato era di scarsa qualità e diventava fragile con il freddo. Quando la parete cedette, i rivetti schizzarono via come proiettili.
La fisica del disastro spiega la sua incredibile violenza. La melassa è molto più densa dell’acqua e, quando calda, scorre più velocemente. L’enorme massa liquida, incanalata nelle strade strette del quartiere, accumulò una forza devastante. Nei primi secondi, si comportò come un’onda anomala, capace di piegare l’acciaio delle ferrovie sopraelevate. Poi, raffreddandosi a contatto con l’aria gelida, si trasformò in una trappola mortale e appiccicosa. Chiunque cadesse al suo interno veniva immobilizzato come nel cemento fresco, soffocando lentamente. Soccorrere le vittime fu un’impresa eroica e straziante.
I danni furono immensi. Edifici crollati, cantine allagate, e persino il porto si tinse di marrone. La pulizia durò mesi. Vigili del fuoco e marinai spararono getti d’acqua salata per diluire la melassa, mentre sabbia e segatura venivano usate per assorbirla. Per decenni, nelle giornate estive più calde, i bostoniani giuravano di sentire ancora un odore dolciastro nell’aria. Le scarpe della gente continuarono a portare tracce appiccicose in tutta la città, sui tram e negli uffici, come un ricordo indelebile della tragedia.
Dal punto di vista legale e ingegneristico, l’inondazione fu un punto di svolta. Le centinaia di cause legali portarono a risarcimenti e, soprattutto, all’introduzione di norme di sicurezza rivoluzionarie per l’epoca: ispezioni obbligatorie, test sui materiali e calcoli strutturali rigorosi. La moderna cultura della sicurezza industriale deve molto a questa catastrofe. L’evento è circondato da dettagli che lo rendono ancora più incredibile:
- Il serbatoio “parlava”: nei giorni precedenti, i residenti avevano sentito distintamente rumori di scricchiolii e lamenti metallici provenire dalla struttura, chiari segni di cedimento che furono colpevolmente ignorati.
- La velocità dell’onda fu reale: non era un’esagerazione. L’enorme massa e la temperatura iniziale resero la melassa fluida e veloce quanto un fiume in piena, un vero e proprio tsunami urbano.
- La città imparò la lezione: oltre alle nuove leggi, il disastro divenne un monito perenne su come anche le sostanze apparentemente innocue possano diventare armi di distruzione di massa se gestite con incompetenza.
- Ancora oggi, passeggiando nel North End, c’è chi giura di percepire, nelle giornate più calde, un vago sentore di zucchero bruciato, un fantasma olfattivo della Grande Inondazione.
La Grande Inondazione di Melassa è la cronaca di una tragedia annunciata, dove l’avidità e la fretta prevalsero sul buon senso. Unisce storia, fisica e ingegneria in un episodio che ci ricorda una lezione fondamentale: sottovalutare le leggi della materia, che si tratti di acciaio o di sciroppo, trasforma il progresso in una potenziale catastrofe.
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