In una San Francisco giovane, febbrile e un po’ selvaggia, accadde qualcosa che oggi suonerebbe come la trama di un romanzo. Era il 1859 quando Joshua Abraham Norton, un ex uomo d’affari rovinato, entrò con passo deciso negli uffici di un giornale per consegnare un decreto: da quel momento, lui sarebbe stato Norton I, Imperatore degli Stati Uniti. Non era uno scherzo. Indossava un’uniforme militare con spalline dorate, passeggiava per le strade ispezionando marciapiedi e servizi pubblici ed emanava “editti imperiali” firmati con solennità. La cosa più incredibile? L’intera città decise di assecondarlo, con un misto di affetto, ironia e un inaspettato rispetto.
Per capire questa storia, bisogna tornare indietro. Norton, nato a Londra nel 1818 e cresciuto in Sudafrica, era sbarcato a San Francisco intorno al 1849, nel pieno della corsa all’oro. Fece fortuna con gli immobili e il commercio, ma perse ogni cosa a causa di una disastrosa speculazione sul riso, seguita da una causa persa in tribunale. Senza più un soldo né una reputazione, decise di reinventarsi nel modo più teatrale possibile: se non poteva essere un magnate, sarebbe stato un imperatore. E in quella San Francisco piena di giornali satirici, teatri e personaggi eccentrici, la sua idea trovò un terreno incredibilmente fertile.
Gli editti di Norton erano un curioso mix di delirio e acuta critica sociale. Uno dei più famosi dichiarava sciolto il Congresso degli Stati Uniti per “palese incompetenza”, invitando l’esercito a far rispettare la sua volontà. Un altro, ancora più visionario, ordinava la costruzione di un ponte sospeso e di un tunnel per collegare San Francisco e Oakland. A leggerlo oggi, sembra pura fantasia, eppure quel ponte è diventato realtà decenni più tardi con l’inaugurazione del San Francisco–Oakland Bay Bridge. Norton si dichiarò anche Protettore del Messico, un titolo che aggiunse per “ristabilire la pace” durante i tumulti che scuotevano il paese vicino.
La città rispose con una sorprendente gentilezza. Diversi ristoranti gli riservavano un tavolo fisso, i teatri gli offrivano un posto d’onore e perfino i poliziotti lo salutavano con deferenza. Quando un giovane agente lo arrestò per vagabondaggio nel 1867, il capo della polizia intervenne, si scusò pubblicamente e ordinò che l’Imperatore fosse trattato sempre con il massimo riguardo. Era il segno che Norton, al di là della sua stravaganza, era diventato un’istituzione, un simbolo della città. I giornali pubblicavano i suoi decreti, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, e i cittadini lo fermavano per strada per chiacchierare.
Un capitolo a parte merita la sua “valuta”. Norton emetteva delle banconote imperiali, colorate e firmate da lui stesso, che circolavano come souvenir ma venivano persino accettate da alcuni negozianti. Era un grande gioco collettivo, ma funzionava perché tutti, dai commercianti agli ufficiali che gli regalarono una nuova uniforme, stavano al gioco. Era, di fatto, una forma di assistenza e sostegno mascherata da fantasia e cortesia.
Tra gli aneddoti più famosi c’è il suo editto contro l’uso del soprannome “Frisco” per la sua amata città. Secondo l’Imperatore, chiunque si fosse permesso di usarlo avrebbe meritato una multa. Non sappiamo quante ne abbia riscosse, ma la storia rivela il suo profondo legame con San Francisco e il suo senso del decoro urbano. Norton segnalava instancabilmente buche, marciapiedi rotti e lampioni spenti, agendo come il più zelante degli ispettori municipali.
L’Imperatore Norton morì l’8 gennaio 1880, dopo essere crollato a terra in una serata piovosa. Al suo funerale, una folla immensa, stimata tra le 10.000 e le 30.000 persone, si riversò nelle strade per salutarlo un’ultima volta. Un giornale scrisse che, senza di lui, “le crepe nella città si fecero più visibili”. È una frase poetica che cattura una verità profonda: Norton era diventato il collante dell’umore cittadino, un promemoria vivente che una comunità può scegliere l’empatia invece della derisione.
Questa storia è straordinaria perché dimostra come una città intera decise di trasformare la fragilità di un uomo in un rito di coesione sociale. Nessuno credeva davvero che Norton governasse, ma stando al suo gioco, San Francisco gli offrì dignità e, così facendo, costruì un mito urbano che sopravvive ancora oggi. La sua figura ricorda che le città non sono solo edifici e strade, ma soprattutto gesti. E un gesto di gentilezza, ripetuto migliaia di volte, può diventare un monumento invisibile, più forte e duraturo del ferro.
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