Alla fine del Seicento, lo zar Pietro il Grande tornò in Russia dopo un lungo viaggio in Europa con un’idea che avrebbe sconvolto il suo impero: modernizzarlo a ogni costo. Affascinato dalle città, dalle navi e dai costumi occidentali, notò un dettaglio che per lui divenne un simbolo: in Europa, gli uomini di potere e di cultura avevano il viso liscio e pulito. Decise che anche la sua Russia doveva cambiare volto, letteralmente, abbandonando i simboli di un passato che riteneva arretrato. Il primo nemico da abbattere? La lunga e folta barba dei suoi sudditi.
Ma in Russia, la barba non era solo una questione di moda. Per moltissimi, specialmente per i credenti del mondo ortodosso, rappresentava un simbolo religioso potentissimo, un segno di devozione e di mascolinità ispirato a Cristo e ai santi. Tagliarla era considerato un peccato, quasi un sacrilegio. Un divieto totale avrebbe scatenato una rivolta. Così, con mossa astuta e autoritaria, Pietro trovò una soluzione: chi voleva tenere la propria barba poteva farlo, ma doveva pagare.
Una tassa per essere sé stessi
Nacque così la tassa sulla barba. Non era una somma uguale per tutti, ma un sistema studiato per colpire classi sociali diverse in modo diverso. Nobili, funzionari e ricchi mercanti pagavano le cifre più alte, mentre per gli artigiani e i cittadini comuni l’importo era più contenuto. I contadini, che rappresentavano la maggioranza della popolazione, erano spesso esentati, a meno che non volessero entrare in una città: in quel caso, dovevano pagare una piccola somma al cancello. L’obiettivo dello zar era chiaro: voleva che il volto pubblico della Russia, quello delle città e delle classi dirigenti, apparisse moderno e “europeo”.
Il Gettone: un permesso da portare in tasca
La parte più incredibile di questa storia è il gettone. Chi pagava la tassa riceveva una piccola medaglia di metallo, una sorta di “licenza di barba” da portare sempre con sé. Se una guardia lo fermava, bastava esibire il gettone per dimostrare di essere in regola. Questi gettoni, oggi pezzi da collezione, erano incisi con l’aquila bicipite, simbolo imperiale, e una frase del tipo: “La tassa è stata pagata”. Erano un lasciapassare che salvava la barba dal rasoio della modernizzazione.
Rasature forzate e profonde resistenze
Non tutti, ovviamente, accettarono di buon grado la novità. Le cronache dell’epoca raccontano di controlli severi e di episodi umilianti, con rasature forzate eseguite sul posto per chi veniva trovato sprovvisto del gettone. La resistenza fu forte, soprattutto tra i “Vecchi Credenti”, che vedevano nelle riforme di Pietro un attacco diretto alla loro fede. Nonostante la pressione, molti continuarono a sfidare la legge o a pagare a malincuore pur di preservare la propria identità. Solo al clero fu concesso di mantenere la barba senza pagare, a testimonianza di quanto questo simbolo fosse radicato nella spiritualità russa.
La barba rappresentava la vecchia Russia, rurale e legata alla tradizione. Il viso rasato, invece, era il volto della nuova Russia che Pietro sognava: europea, efficiente e potente. La tassa non serviva tanto a riempire le casse dello Stato, quanto a spingere la società verso un cambiamento culturale epocale, un gesto visibile della rottura con il passato. Era uno strumento di ingegneria sociale.
Oggi, i gettoni della barba sono custoditi nei musei e ci raccontano di un tempo in cui persino i peli del viso divennero un affare di Stato. La storia della tassa sulla barba ci ricorda che, a volte, dietro un dettaglio apparentemente bizzarro si nasconde una profonda rivoluzione culturale, combattuta a colpi di rasoio, tasse e piccoli gettoni di metallo.
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