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Il giorno in cui un verme vinse il Premio Nobel per il cancro e la scienza imparò dai suoi errori

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Immagina la scena: siamo a Stoccolma, nel 1926. L’aria è elettrica, carica di aspettativa. I riflettori di tutto il mondo, stanchi e spaventati da un mostro chiamato cancro, sono puntati su un uomo: un medico danese di nome Johannes Fibiger. Quella sera, Fibiger non è solo un ricercatore; è l’eroe che sembra aver trovato la chiave per sconfiggere il male del secolo. Il motivo? Ha dimostrato che un minuscolo, insignificante parassita è capace di scatenare tumori letali. È facile visualizzare i titoli dei giornali dell’epoca: un verme che “vince” il Nobel, la scienza che finalmente piega il mistero della malattia. Ma questa storia, affascinante e terribilmente beffarda, nasconde un segreto. Finirà per raccontarci qualcosa di molto più profondo: come la scienza possa sbagliare in modo clamoroso e, proprio grazie a quell’errore, diventare indistruttibile.

Ma chi era davvero Fibiger? Un uomo di scienza rigoroso, determinato, convinto che la risposta al cancro non fosse scritta solo nei geni, ma che potesse arrivare dall’esterno. Nei suoi lunghi esperimenti, costruì uno scenario quasi horror: fece nutrire dei ratti di laboratorio con scarafaggi infestati da un nematode, un verme parassita allora chiamato Spiroptera neoplastica (oggi noto come Gongylonema neoplasticum). Dopo mesi di osservazione, Fibiger notò qualcosa di sconvolgente: nello stomaco dei ratti comparivano lesioni mostruose, masse che sembravano in tutto e per tutto neoplasie maligne. La sua conclusione fu audace e definitiva: il parassita causava il cancro.

L’idea era rivoluzionaria. Spostava l’attenzione su cause infettive, aprendo la speranza a cure e prevenzione. La comunità scientifica, affamata di risposte, applaudì fragorosamente. Il Comitato del Nobel, convinto dalla solidità apparente dei dati, gli assegnò il prestigioso riconoscimento “per la scoperta dell’organismo Spiroptera carcinoma”. Fibiger entrò nella storia. Ma ci entrò dalla porta sbagliata.

Già mentre ritirava il premio, nei corridoi di altri laboratori serpeggiava il dubbio. Alcuni ricercatori americani e inglesi faticavano a replicare i suoi risultati. I loro ratti, pur infettati dallo stesso verme, non sviluppavano tumori. Cosa stava succedendo? Erano passati anni prima che emergesse il colpo di scena che avrebbe riscritto tutto. I ratti di Fibiger non si ammalavano per colpa del verme. O meglio, il verme era solo una comparsa. Il vero colpevole era la dieta.

Si scoprì che i topi di Fibiger soffrivano di una gravissima carenza di vitamina A. Senza questo nutriente essenziale, le cellule dello stomaco subivano una trasformazione difensiva, diventando spesse e disordinate (un fenomeno chiamato metaplasia), mimando perfettamente l’aspetto di un tumore. Il parassita causava solo un’infiammazione locale, ma era la malnutrizione a creare il “falso” cancro. Fibiger aveva scambiato un sintomo grave per una malattia tumorale, cadendo in uno dei più celebri abbagli della medicina moderna: aveva confuso una correlazione con una causa.

Il “Nobel al verme” rimane oggi un caso unico e imbarazzante. Eppure, non bisogna giudicare Fibiger con troppa severità. C’è un dettaglio fondamentale che salva la sua intuizione: l’idea che agenti esterni potessero provocare il cancro non era sbagliata, era solo applicata al colpevole errato. Oggi sappiamo con certezza che virus e batteri sono responsabili di molti tumori: pensiamo al Papillomavirus per il cancro al collo dell’utero, o all’Helicobacter pylori per quello allo stomaco. La “miccia esterna” che Fibiger cercava esisteva davvero, lui aveva solo indicato la miccia sbagliata.

Cosa ci insegna questa incredibile vicenda? Primo: la verità scientifica non è mai scolpita nella pietra, ma è un processo fluido che richiede tempo, repliche e verifiche indipendenti. Secondo: i dettagli contano incredibilmente. La dieta dei ratti, un elemento che poteva sembrare secondario, era invece la chiave di volta. Terzo: anche gli errori hanno un valore inestimabile. L’errore di Fibiger non ha fermato il progresso; al contrario, ha spinto i ricercatori a migliorare i metodi di controllo, a studiare l’impatto dell’alimentazione sulla salute cellulare e a essere più cauti.

Il Nobel non fu mai revocato. Non esiste un meccanismo formale per ritirare il premio, e forse è meglio così. La Storia ha preferito mantenere l’episodio come un potente promemoria: la scienza è un’attività umana, fatta di cadute e ripartenze. È la storia di un verme che, per una notte, salì per errore sul palco più prestigioso del mondo, e di un’umanità che imparò da quella svista a guardare la realtà con occhi più attenti e strumenti più fini. La meraviglia del progresso non sta solo nelle scoperte giuste, ma nella capacità di correggere quelle sbagliate e trasformarle in nuova conoscenza.

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