Nel cuore profondo della steppa kazaka, tra strade polverose e case modeste, c’è stato un tempo in cui la realtà ha superato la fantasia. Immaginate un insegnante che crolla nel bel mezzo di una lezione, o un contadino che si accascia sul volante del trattore, incapace di svegliarsi. Non è la trama di un film, ma quello che è successo realmente a Kalachi, ribattezzato dal mondo intero come il “villaggio degli eterni addormentati”. Qui, per anni, decine di persone sono scivolate in un sonno improvviso, profondo e inspiegabile, che poteva durare da poche ore a diversi giorni.
Il misterioso fenomeno è esploso intorno al 2012 e ha trasformato la vita quotidiana in un incubo a occhi chiusi. Gli abitanti non si sentivano semplicemente stanchi: venivano letteralmente “spenti”. Al risveglio, l’incubo continuava: soffrivano di mal di testa lancinanti, vertigini, nausea e, cosa ancor più inquietante, perdita di memoria e vivide allucinazioni. Non si trattava di casi isolati: intere famiglie venivano colpite nello stesso weekend. Bambini che si addormentavano a scuola, anziani che non rispondevano più agli stimoli, e persino gli animali domestici. I gatti, in particolare, reagivano in modo bizzarro, barcollando e miagolando contro i muri prima di cadere in un letargo innaturale.
Per molto tempo, medici e scienziati hanno brancolato nel buio. Si è indagato come in un vero giallo internazionale. La prima ipotesi fu un virus sconosciuto o un’infezione del sistema nervoso, ma le analisi del sangue tornarono negative. Poi lo sguardo si spostò verso la vicina città fantasma di Krasnogorsk, sede di una vecchia miniera di uranio sovietica abbandonata. Tutti pensarono alle radiazioni. Eppure, i contatori Geiger non rilevavano anomalie pericolose in superficie. Furono testati l’acqua, il suolo, il cibo e persino la vodka locale, ipotizzando un avvelenamento di massa. Niente sembrava spiegare perché Kalachi continuasse a dormire.
La svolta decisiva arrivò analizzando l’invisibile: l’aria stessa. Dopo migliaia di rilevazioni, le autorità kazake confermarono che la causa non era un virus né la radioattività diretta, ma l’aria avariata. Dalle profondità della miniera abbandonata, in particolari condizioni atmosferiche, risalivano in superficie grandi quantità di monossido di carbonio e idrocarburi. Questi gas, invisibili e inodori, si accumulavano nelle parti basse delle case, spinti fuori dal sottosuolo.
La spiegazione scientifica è terrificante nella sua semplicità: il monossido di carbonio è un ladro silenzioso. Si lega all’emoglobina nel sangue molto più velocemente dell’ossigeno. Quando le concentrazioni di gas salivano, il livello di ossigeno nell’aria crollava. Il cervello degli abitanti, affamato di ossigeno, andava in una sorta di “standby” biologico per proteggersi. L’effetto era un’ipossia che causava il coma temporaneo e le successive allucinazioni. Non era una malattia, stavano letteralmente soffocando lentamente senza rendersene conto.
Oggi il mistero è risolto, ma il prezzo è stato alto. Le autorità hanno organizzato il trasferimento di gran parte delle famiglie, offrendo nuove case altrove per sfuggire a quell’aria traditrice. Kalachi è diventato un luogo silenzioso, un monito vivente di come il passato industriale possa tornare a presentare il conto. Le miniere e i tunnel dimenticati non sono inerti: respirano ancora sotto i nostri piedi. La storia degli “addormentati” ci ricorda che l’equilibrio con l’ambiente è fragile e che, a volte, il pericolo più grande è quello che non si può né vedere né odorare, ma che ha il potere di rubarti giorni interi di vita.
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