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La donna che dichiarò di possedere il Sole e sfidò il diritto dello spazio

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Nel 2010, in una mattina qualunque in Galizia, Ángeles Durán varcò la soglia di uno studio notarile con una richiesta che sembrava sfidare la sanità mentale: voleva registrare ufficialmente la proprietà del Sole. Non stava scherzando. La sua pretesa si basava su un’attenta lettura del Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico del 1967. Questo accordo internazionale vieta alle nazioni di rivendicare la sovranità su corpi celesti, ma – ed è qui che la donna trovò l’appiglio – non menziona esplicitamente i privati cittadini. Quella che sembrava una follia burocratica si trasformò rapidamente in un caso mediatico globale, sollevando questioni serissime tra una risata e l’altra.

Incredibilmente, il notaio redasse l’atto. Ángeles Durán uscì da quell’ufficio con un documento legale che attestava il suo possesso della stella che dà vita alla Terra. Forte di quella carta, iniziò a mettere in vendita “lotti” del Sole sulla piattaforma eBay, offrendo certificati di proprietà a chiunque volesse comprare un pezzo di cielo. Il sito di aste online intervenne presto, chiudendo l’account e rimuovendo gli annunci, sostenendo che non si potevano vendere beni “immateriali”. La signora Durán non si arrese e fece causa al gigante del web, ma la sua provocazione più grande doveva ancora arrivare: dichiarò di voler imporre una tassa sull’uso dell’energia solare.

La sua proposta era audace: chiunque sfruttasse la luce del Sole avrebbe dovuto pagare una royalty. Durán promise di destinare i proventi in gran parte allo Stato, alla ricerca scientifica e alle pensioni, trattenendo per sé “solo” il 10%. Sembrava uno scherzo di cattivo gusto, ma costrinse giuristi ed esperti di diritto internazionale a intervenire. È davvero possibile possedere una stella? La risposta breve è no. Anche se il Trattato del 1967 ha delle lacune, vige il principio che nessuno Stato può garantire a un cittadino un diritto che lo Stato stesso non possiede. Il Sole è considerato patrimonio comune dell’umanità. Senza un riconoscimento internazionale e una forza che faccia rispettare tale proprietà, l’atto notarile di Durán rimaneva un pezzo di carta senza valore pratico.

Tuttavia, la storia solleva un velo su un problema reale. Non è la prima volta che qualcuno cerca di aggirare le leggi cosmiche: negli anni ’80, l’americano Dennis Hope rivendicò la Luna e ne vendette appezzamenti per anni. Oggi, la questione è diventata urgente perché la tecnologia non è più fantascienza. Paesi come gli Stati Uniti, il Lussemburgo e gli Emirati Arabi hanno già approvato leggi che permettono ai privati di possedere le risorse estratte nello spazio, come acqua o minerali dagli asteroidi. C’è una differenza sottile ma cruciale: si può possedere ciò che si estrae, ma non il corpo celeste stesso. È un confine legale scivoloso su cui si giocherà il futuro dell’economia spaziale.

In fondo, la vicenda della “proprietaria del Sole” è una lezione ironica sulla natura umana. Abbiamo un bisogno quasi patologico di etichettare, possedere e monetizzare tutto, persino le stelle. Il Sole, da sempre simbolo divino e risorsa condivisa in tutte le culture, ci ricorda il concetto antico di res communis: le cose che appartengono a tutti. La provocazione di Ángeles Durán ci serve da monito: mentre la corsa allo spazio accelera, il diritto internazionale arranca. Se non stabiliamo regole chiare oggi, il rischio è che il cielo di domani diventi un Far West riservato solo a chi può permettersi di pagare il biglietto. Nessuno può davvero comprare il Sole, ma il modo in cui gestiremo le risorse spaziali definirà chi siamo come specie: predatori o custodi dell’universo.

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