In piena estate, quando ci si avventura ad alta quota e lo sguardo si perde tra le cime ancora imbiancate, può capitare di imbattersi in un fenomeno che lascia senza fiato: nevai punteggiati di un insolito colore rosa, con chiazze che talvolta virano verso un intenso rosso fragola o cremisi. La prima reazione è lo stupore, seguito spesso dal sospetto che si tratti di un danno ambientale: vernice rovesciata, polvere sahariana o tracce di inquinamento industriale. La realtà, però, è molto più affascinante e racconta la potenza della vita anche nelle condizioni più estreme.
Quello che state osservando è il segno inequivocabile della fioritura di una microalga delle nevi, nota scientificamente come Chlamydomonas nivalis (e talvolta specie affini come l’Ancylonema nordenskioeldii). Questi organismi microscopici trasformano il candido paesaggio alpino in una tavolozza vivente. Ma c’è un dettaglio che rende l’esperienza ancora più surreale: molti alpinisti ed escursionisti giurano di percepire nell’aria un profumo dolce, quasi fruttato, che ricorda in modo inconfondibile quello dell’anguria.
Non c’è nulla di magico dietro questa tinta inaspettata, ma una precisa strategia evolutiva. Queste alghe unicellulari trascorrono il lungo inverno sepolte sotto il manto nevoso in uno stato di quiescenza. Quando arriva il sole estivo e la neve inizia a sciogliersi creando un velo di acqua liquida, le alghe si “svegliano” e iniziano a riprodursi freneticamente. Per proteggere il proprio DNA dai violenti raggi ultravioletti presenti in quota, questi organismi sintetizzano grandi quantità di carotenoidi, in particolare l’astaxantina. Funziona esattamente come una formidabile crema solare naturale: il pigmento rosso assorbe la radiazione nociva, schermando la cellula e tingendo, di conseguenza, la neve circostante.
La curiosità del “profumo di anguria” non è una leggenda metropolitana. Questo aroma è reale ed è così caratteristico che, nei paesi anglosassoni, il fenomeno è ufficialmente chiamato Watermelon Snow (neve all’anguria). L’odore deriva da composti chimici volatili e acidi grassi rilasciati dalle alghe, specialmente quando la neve viene calpestata o compressa, liberando un’essenza zuccherina che inganna i nostri sensi.
Tuttavia, dietro questa bellezza cromatica si nasconde un problema serio per la salute dei nostri ghiacciai, un fenomeno che i glaciologi monitorano con crescente preoccupazione. La neve bianca è uno specchio perfetto: riflette gran parte della luce solare, mantenendosi fredda. Quando le alghe la colorano di rosso o rosa, la neve diventa più scura. Una superficie scura assorbe più calore e riflette meno luce: tecnicamente si parla di riduzione dell’albedo. Le stime indicano che una fioritura algale intensa può ridurre la capacità riflettente della neve fino al 13-20%. Questo innesca un pericoloso circolo vizioso: il calore assorbito accelera la fusione della neve, creando più acqua liquida che favorisce un’ulteriore crescita delle alghe, le quali scuriscono ancora di più la superficie. Il risultato finale è uno scioglimento accelerato che si somma drammaticamente agli effetti del riscaldamento globale.
Le Alpi non sono l’unico teatro di questo spettacolo agrodolce. Neve rosa è stata campionata in Antartide, in Groenlandia, in Alaska e sull’Himalaya. L’estate del 2020 ha portato questo fenomeno alla ribalta mediatica in Italia, con le immagini spettacolari provenienti dal Ghiacciaio Presena, che hanno stimolato nuove ricerche scientifiche per quantificare l’impatto biologico sulla ritirata dei ghiacci. Questi studi ci ricordano che i ghiacciai non sono masse sterili di acqua congelata, ma ecosistemi complessi brulicanti di vita invisibile: batteri, lieviti, tardigradi e alghe che interagiscono in modi che stiamo appena iniziando a comprendere.
La prossima volta che incontrerete una chiazza di neve color fragola durante un’escursione, fermatevi ad osservarla con rispetto (ma evitate di assaggiarla, poiché può avere effetti lassativi indesiderati). Quel colore brillante è un messaggio: la natura possiede incredibili capacità di adattamento, ma è anche un campanello d’allarme elegante e discreto. Ci avvisa che il delicato equilibrio delle nostre montagne sta cambiando rapidamente e che anche organismi invisibili a occhio nudo possono influenzare il destino dei giganti di ghiaccio.
Potrebbe interessarti:






