Canada, 1926. Un avvocato ricco e geniale con un clamoroso senso dell’umorismo, Charles Vance Millar, muore lasciando un testamento destinato a scuotere il mondo. Tra le sue bizzarre volontà, una clausola spicca su tutte: la fetta più grande della sua enorme fortuna andrà alla donna di Toronto che, nei dieci anni successivi alla sua morte, partorirà il maggior numero di figli. Nasce così la Great Stork Derby, passata alla storia come la Gara delle Cicogne: una competizione surreale ma verissima, che trasformerà la maternità in una disperata corsa all’oro.
Millar era un mago della provocazione. Nel suo testamento aveva lasciato azioni di una birreria a noti proibizionisti, quote di un ippodromo a predicatori contro il gioco d’azzardo e una villa a persone che si odiavano. Il suo obiettivo era sempre lo stesso: far emergere i paradossi e l’ipocrisia della società. Con la Gara delle Cicogne, però, il suo umorismo nero toccò un nervo scoperto, perché mise in gioco i corpi, le famiglie e l’idea stessa di maternità in un modo mai visto prima.
Le regole erano semplici e spietate: contavano solo i bambini nati vivi a Toronto tra il 1926 e il 1936. Nessuna adozione, nessuna eccezione. I giornali fiutarono subito la notizia e, con l’arrivo della Grande Depressione, la trasformarono in un fenomeno mediatico. Titoli ad effetto, foto delle famiglie e classifiche aggiornate tenevano la città con il fiato sospeso. Per chi lottava ogni giorno contro la fame, l’idea di vincere oltre mezzo milione di dollari dell’epoca – una cifra colossale, pari a milioni di euro odierni – divenne una tentazione irresistibile. E così, alcune donne si lanciarono davvero nell’impresa.
Ma dietro la facciata della competizione si nascondeva un dramma. Negli anni ’30, le cure mediche erano limitate e la mortalità infantile era un rischio concreto. La gara incentivò gravidanze ravvicinate, mettendo a dura prova la salute di madri e neonati. Sotto i riflettori si consumavano scelte disperate, spesso dettate dalla povertà più che dal desiderio. Mentre i giornali vendevano copie, avvocati e funzionari pubblici tentavano di invalidare quel testamento, ritenendolo immorale e pericoloso per la collettività.
Ne seguì una lunga e accesa battaglia legale. La domanda al centro del dibattito era tanto semplice quanto profonda: è legittimo trasformare la nascita di un figlio in un concorso a premi? Si sollevarono questioni che oggi definiremmo di bioetica, intrecciate a cavilli legali sulla validità di un testamento così eccentrico. Alla fine, sorprendentemente, i tribunali diedero ragione al defunto Millar: la sua volontà, per quanto bizzarra, era legalmente valida.
Allo scadere dei dieci anni, nel 1936, la situazione era complessa. Dopo ulteriori contenziosi, il denaro venne infine spartito tra quattro madri, ognuna delle quali aveva dato alla luce nove figli nel periodo stabilito. Ad altre finaliste furono riconosciute somme minori, per via di cavilli burocratici o per aver avuto figli nati morti, esclusi dal conteggio. Fu il modo con cui i giudici cercarono di bilanciare la fredda legge del testamento con la drammatica realtà della vita.
La Gara delle Cicogne resta uno spaccato affascinante e crudele della sua epoca. Ci mostra i limiti della medicina di allora, le ferite sociali della Grande Depressione e le tensioni tra libertà individuale e morale pubblica. Un singolo uomo, con un testamento provocatorio, riuscì a mettere a nudo le contraddizioni di un’intera società, costringendo tutti a interrogarsi sul valore della vita e sulla dignità umana.
Questa storia, vista con gli occhi di oggi, è più attuale che mai. Solleva domande su come proteggere i più vulnerabili dalle logiche del sensazionalismo e su come il diritto possa plasmare le scelte più intime. L’eredità di Millar non è solo una stravaganza da libri di storia, ma un capitolo potente che unisce legge, etica e vita vera. E ci ricorda che, dietro i titoli dei giornali, c’erano persone reali, con speranze e paure che risuonano ancora oggi.
Potrebbe interessarti:






