Sembra la trama di un film di fantascienza, ma è storia vera. Alla fine degli anni Cinquanta, nel pieno della Guerra Fredda e della nascente Corsa allo Spazio, gli Stati Uniti presero seriamente in considerazione un piano per far detonare una bomba nucleare sulla Luna. Il nome in codice del progetto era quasi banale nella sua segretezza: Progetto A119. L’obiettivo non era scientifico, ma puramente dimostrativo: inviare al mondo un messaggio inequivocabile e terrificante, visibile a occhio nudo dalla Terra. Volevano dimostrare di possedere la tecnologia e la determinazione per compiere un gesto fino ad allora impensabile.
Per capire una follia simile, bisogna tornare al 1957. L’Unione Sovietica aveva appena lanciato lo Sputnik, il primo satellite artificiale della storia. Per l’America fu uno shock profondo, un colpo durissimo al proprio orgoglio nazionale. Improvvisamente, il mondo percepiva i sovietici come i nuovi leader nella conquista dello spazio. Negli Stati Uniti si scatenò un’ondata di panico e urgenza: serviva una risposta immediata, un gesto spettacolare per riaffermare la propria supremazia tecnologica.
Da questa esigenza nacque il Progetto A119. L’aeronautica statunitense commissionò gli studi a un team di scienziati guidato dal fisico Leonard Reiffel, presso la Armour Research Foundation di Chicago. Tra i giovani ricercatori coinvolti spiccava un nome che sarebbe diventato leggenda: Carl Sagan. Molto prima di diventare il più grande divulgatore scientifico del suo tempo, il suo compito era calcolare l’espansione della nube di polvere sollevata dall’esplosione nucleare e, soprattutto, capire se il bagliore sarebbe stato sufficientemente visibile dalla Terra.
L’idea, sulla carta, era brutale nella sua semplicità: lanciare una testata nucleare verso la Luna e farla detonare all’impatto. L’esplosione avrebbe generato un lampo di luce accecante, seguito da una nube di detriti illuminata dal Sole. Per massimizzare l’effetto, si pensò di colpire il “terminatore”, la linea che separa la faccia illuminata della Luna da quella in ombra, creando un contrasto perfetto. Milioni di persone, alzando lo sguardo, avrebbero visto il lampo e capito il messaggio: l’America poteva colpire la Luna. Una dimostrazione di forza psicologica, più che militare.
Tuttavia, il piano iniziò a scricchiolare sotto il peso dei suoi stessi problemi. Primo: l’effetto visivo sarebbe stato probabilmente deludente. La Luna non ha atmosfera, quindi niente “fungo atomico” o onde d’urto spettacolari. Dalla Terra si sarebbe visto solo un breve bagliore, un puntino di luce effimero e una tenue nube di polvere, molto meno impressionante di quanto sperato.
Secondo: il rischio di fallimento era altissimo. I razzi dell’epoca erano tutt’altro che affidabili. Un missile che fosse esploso al decollo o che avesse mancato la Luna, magari ricadendo sulla Terra, si sarebbe trasformato in un boomerang propagandistico devastante, un’umiliazione globale per gli Stati Uniti.
Infine, emersero gli scrupoli etici e scientifici. Bombardare la Luna significava contaminare con radiazioni un corpo celeste ancora quasi sconosciuto, lasciando una cicatrice permanente e compromettendo per sempre future ricerche. Che senso aveva sporcare la Luna prima ancora di averla esplorata? In quegli stessi anni, il mondo si muoveva verso la limitazione dei test nucleari: il Trattato sul bando parziale del 1963 e l’Outer Space Treaty del 1967 sancirono l’uso pacifico dello spazio, rendendo illegale qualsiasi piano come l’A119.
Il progetto fu così abbandonato e rimase classificato per decenni. Solo alla fine degli anni Novanta, grazie a documenti declassificati e alle testimonianze dei protagonisti, il mondo scoprì la sua esistenza. Venne a galla anche l’ironia della storia: il giovane Carl Sagan, che avrebbe dedicato la vita a raccontare la meraviglia e la fragilità del cosmo, aveva partecipato a un piano per usarlo come poligono di tiro nucleare. Sembra che anche i sovietici avessero accarezzato idee simili, a riprova del clima di sfida totale di quegli anni.
Fortunatamente, la storia scelse una via diversa e migliore. Invece di un lampo atomico, il 20 luglio 1969 il mondo vide in diretta televisiva il bagliore di un modulo lunare che si posava dolcemente sulla superficie. La prima impronta di un essere umano sul suolo lunare fu un simbolo infinitamente più potente, pacifico e ispiratore di qualunque esplosione. Il Progetto A119 ci ricorda un’epoca di paura e ambizione sfrenata, ma ci insegna anche che, alla fine, l’umanità ha preferito esplorare la Luna, non traumatizzarla. E questo è il messaggio più forte di tutti.
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