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Quando le montagne respirano e le rocce digeriscono la vita nascosta della geologia

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A prima vista, una montagna sembra immobile, eterna, fredda. Eppure, dentro le sue viscere si agita un mondo invisibile fatto di reazioni, scambi e trasformazioni. È un cuore segreto che batte a un ritmo lentissimo: l’acqua penetra nelle fratture, i gas dell’aria si sciolgono in essa e minuscoli microrganismi estraggono energia da minerali durissimi. In questo senso, le rocce possono “digerire”, trasformando ciò che le circonda e venendo trasformate a loro volta. È un processo silenzioso ma potentissimo, che ha modellato paesaggi, scavato grotte, creato suoli fertili e influenzato persino la storia umana.

Tutto inizia con le reazioni chimiche, la cucina fondamentale di ogni montagna. La pioggia non è mai solo acqua: assorbe anidride carbonica dall’atmosfera, diventando una debole e naturale “acqua frizzante”. Questa soluzione leggermente acida si infiltra nella roccia e attacca i minerali. Nelle rocce calcaree, ad esempio, scioglie il carbonato di calcio, creando lentamente cavità e gallerie che danno vita a spettacolari paesaggi carsici e grotte. Nei graniti e nei basalti, la stessa acqua “sbriciola” minerali come i feldspati, trasformandoli in argilla e liberando nutrienti essenziali come potassio e calcio nel suolo. L’ossigeno, invece, agisce come un potente agente ossidante: è capace di “arrugginire” i minerali ricchi di ferro, cambiandone il colore e la consistenza. Un esempio famoso è la pirite, il cosiddetto “oro degli sciocchi”: ossidandosi, produce acidi che accelerano la dissoluzione di altri minerali. Anche questa è una forma di digestione, spalmata su tempi geologici.

La storia, però, diventa ancora più affascinante con l’intervento degli esseri viventi. Licheni e batteri si aggrappano alle superfici rocciose formando sottili pellicole chiamate biofilm: veri e propri laboratori chimici in miniatura. Alcuni di questi microrganismi secernono acidi organici molto più aggressivi di quelli presenti nella pioggia, che sciolgono la roccia per liberare fosforo, ferro e magnesio. Altri organismi, invece, si “nutrono” direttamente dell’energia contenuta nei minerali: sono batteri che ossidano ferro e zolfo, ricavando elettroni dalla pirite o dalla magnetite per sopravvivere. Esistono persino gli endolitici, organismi che vivono letteralmente dentro la roccia, in pori e capillari invisibili. Dove l’interazione tra acqua e roccia produce idrogeno (un processo detto serpentinizzazione), i batteri lo usano come fonte di energia. È una vera e propria dieta minerale.

Le grotte rappresentano lo stomaco più spettacolare di questa digestione naturale. Alcune sono scavate dall’acqua e dall’anidride carbonica, altre, più rare, nascono dall’azione di acidi potentissimi generati da batteri che ossidano lo zolfo. In queste cavità si formano a volte delle colate morbide chiamate “snottiti”, tappeti di biofilm gocciolanti. Goccia dopo goccia, i minerali trasportati dall’acqua si depositano, creando stalattiti e stalagmiti, che possiamo considerare i “fossili liquidi” del respiro chimico della montagna.

La digestione delle rocce ha un impatto diretto anche sulla nostra storia. I monumenti in pietra, esposti all’aria inquinata delle città, subiscono l’attacco di piogge acide e microrganismi, che creano patine scure o croste di gesso che frantumano la superficie. Eppure, oggi la scienza sfrutta questi stessi processi a nostro vantaggio: il biorestauro utilizza batteri selezionati per rimuovere Sali dannosi o consolidare la pietra, applicando in modo controllato le loro capacità “digestive”. Un problema trasformato in soluzione.

Nel mondo ci sono altre meraviglie. In alcuni deserti, le rocce sono coperte da una sottile “vernice del deserto”, una patina scura di manganese e ferro che, secondo le teorie più recenti, viene depositata da microrganismi come una pelle protettiva. Sotto i ghiacci dell’Antartide, nelle valli più aride del pianeta, la vita si rifugia tra i granelli di quarzo, dove filtra un po’ di luce e persiste l’umidità. Questi ecosistemi sono studiati come analoghi di altri pianeti: se la vita può abitare nel cuore della roccia sulla Terra, forse potrebbe esistere anche su Marte.

La digestione minerale non ha la velocità di un pasto. È fatta di attimi lunghissimi, ma i suoi effetti si accumulano. Il suolo fertile su cui crescono le nostre foreste è il prodotto di questa lenta trasformazione. Le sorgenti termali, i depositi di travertino e i paesaggi mozzafiato che ammiriamo sono il risultato di questa incredibile relazione tra acqua, aria, roccia e vita. E quando, dopo un temporale in montagna, sentiamo quel profumo intenso di terra bagnata, stiamo percependo molecole prodotte proprio da questi microrganismi: le firme chimiche di un mondo vivo e pulsante.

Le montagne non sono quindi semplici ammassi di pietra. Sono sistemi che respirano, cuori che battono in cicli geologici, laboratori che trasformano e vengono trasformati. In questo maestoso silenzio, le rocce digeriscono: elaborano acqua e gas, cedono e assorbono elementi, ospitano vita. Guardando una parete rocciosa, possiamo immaginare un grande organismo fatto di tempo, chimica e vita, che costruisce paesaggi e storie, un granello alla volta.

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