Sulla costa della Gallia, dove oggi sorge Marsiglia, i Greci fondarono intorno al 600 a.C. una città famosa per la sua sobrietà e le sue leggi severe: Massalia. In questo vivace porto, crocevia di commerci e culture del Mediterraneo, venne adottata una norma che ancora oggi lascia sbalorditi: lo Stato conservava una scorta pubblica di veleno e, in casi giudicati estremi e senza speranza, lo forniva a chi chiedeva di porre fine alla propria vita.
Non era una decisione da prendere alla leggera. Le fonti antiche, come lo storico Valerio Massimo, raccontano che il cittadino non poteva semplicemente entrare in un negozio e acquistare una dose letale. Doveva presentarsi davanti al Consiglio dei Seicento, l’organo che governava la città, ed esporre con lucidità le proprie ragioni. Se i magistrati ritenevano che la decisione fosse ponderata, definitiva e non il frutto di un impulso passeggero o di uno stato di depressione temporaneo, la richiesta veniva approvata. A quel punto, lo Stato stesso forniva il veleno, quasi sempre la cicuta, la stessa pianta usata ad Atene per eseguire le condanne a morte, come quella di Socrate.
Perché una legge così radicale? Per comprenderla, dobbiamo entrare nella mentalità greca. La vita di un individuo non era vista come una questione puramente privata. Ogni cittadino era una parte integrante della comunità, la polis, e la sua esistenza aveva un valore collettivo. Molte città greche guardavano al suicidio con disprezzo, arrivando a negare gli onori funebri a chi si toglieva la vita. Massalia scelse una via diversa, incredibilmente pragmatica: se una persona era determinata a morire, era meglio che lo facesse in modo regolamentato, dopo un attento esame pubblico. Questo approccio riduceva lo scandalo sociale e preveniva gesti disperati e violenti, affermando due principi opposti ma complementari: il controllo dell’ordine pubblico e, in circostanze estreme, il rispetto per la volontà del singolo.
Questa procedura funzionava come un filtro potentissimo. Non era sufficiente una delusione d’amore, un tracollo finanziario o una lite furibonda. I magistrati cercavano motivazioni stabili e irreversibili: malattie incurabili che causavano sofferenze insopportabili, la perdita totale della propria autonomia o disgrazie da cui era impossibile riprendersi. L’idea di fondo era che la libertà di scegliere la propria fine non fosse un atto solitario e impulsivo, ma una decisione grave da inserire in un quadro di responsabilità collettiva.
Questo modello antico colpisce perché, pur con enormi differenze, anticipa alcuni temi del dibattito contemporaneo sul fine vita: la presenza di un’autorità che valuta le richieste, il tentativo di proteggere le persone più vulnerabili e la perenne tensione tra autonomia personale e tutela della società. Ciò non significa che il mondo greco approvasse il suicidio. Al contrario, i filosofi ne discussero a lungo: Platone lo ammetteva solo in casi eccezionali, Aristotele lo condannava come un atto contro la città, mentre gli Stoici, molto più tardi, lo giustificavano solo quando la vita diventava un ostacolo all’esercizio della virtù.
Massalia non era un’utopia sognante. Era un centro commerciale concreto e pragmatico, governato da un’élite di magistrati. Proprio in un contesto così ordinato, la scelta di una scorta pubblica di cicuta appare meno bizzarra: era un modo per “civilizzare” un atto estremo, togliendolo dalla clandestinità e riportandolo sotto il controllo della legge. Per la mentalità di Massalia, regolamentare l’uscita dalla vita significava gestire l’inevitabile.
Altre comunità del mondo antico discussero soluzioni simili. Si narra che sull’isola di Ceo gli anziani, non più in grado di contribuire alla vita della comunità, scegliessero di bere la cicuta in un rito collettivo. Tuttavia, Massalia rimane l’esempio più documentato di una città che trasformò un gesto estremo in una pratica legale, con un filtro pubblico e un rituale sobrio.
Oggi questa storia ci appare quasi aliena, ma proprio per questo è illuminante. Ci mostra come le società del passato abbiano affrontato temi delicatissimi con strumenti radicalmente diversi dai nostri, e ci ricorda che dietro ogni legge sul nascere, vivere e morire si nasconde la stessa, eterna domanda: dove finisce la libertà di un individuo e dove inizia il suo dovere verso la comunità, specialmente davanti ai suoi limiti più umani?
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