Immagina un’aula di tribunale medievale. Il giudice in toga, il pubblico in attesa, i testimoni pronti… e al centro, legato, un maiale con il muso sporco di fango. Non è una scenetta comica: per secoli, in varie zone d’Europa, animali di ogni tipo furono davvero processati come persone. Maiali, ratti, cavalli, cani e perfino insetti come cavallette e coleotteri si trovarono davanti alla legge, accusati di “crimini” che andavano dall’omicidio al danneggiamento dei raccolti. E i processi erano tutt’altro che una farsa: si nominavano avvocati difensori, venivano ascoltati testimoni, si citavano testi sacri e codici giuridici, e alla fine la corte emetteva una sentenza formale.
Da dove nasce una pratica così bizzarra? Le radici sono profonde e affondano nella cultura e nella religione. La Bibbia, nel libro dell’Esodo, stabilisce che un bue responsabile della morte di una persona debba essere ucciso. Questo passo era citato di continuo da giuristi e predicatori medievali. In più, il diritto romano ricordava la responsabilità del proprietario per i danni causati dai suoi animali. Nel Medioevo, queste idee si fusero in un sistema che, per l’uomo dell’epoca, aveva una sua logica ferrea: punire l’animale colpevole serviva a ristabilire l’ordine e a dimostrare che la giustizia divina e umana non faceva sconti a nessuno.
Non tutti i processi erano uguali. Si faceva una chiara distinzione tra due tipi di corti:
- Tribunali laici: giudicavano animali domestici, come maiali o cani, che avevano ferito o ucciso una persona. In questi casi si cercava un colpevole concreto da punire, spesso con un’esecuzione pubblica, proprio come per un essere umano. Famoso è il caso di Falaise, in Normandia, dove nel 1386 un maiale fu condannato a morte per aver sbranato un bambino. Le cronache raccontano che, per sottolineare la gravità del crimine, l’animale fu vestito con abiti maschili prima di essere impiccato.
- Tribunali ecclesiastici: si occupavano di creature “collettive” e difficili da catturare, come sciami di locuste, orde di topi o parassiti che distruggevano i campi. La procedura era sorprendentemente formale: si emanavano editti che intimavano agli animali di andarsene entro una certa data. Se non obbedivano, scattavano potenti scomuniche e maledizioni rituali. Non era solo folklore: per la mentalità del tempo, la parola solenne della Chiesa aveva il potere di agire sul mondo naturale e scacciare la calamità.
Una delle storie più incredibili è quella dei ratti della diocesi di Autun, in Borgogna, nel XVI secolo. A difenderli fu chiamato un brillante giurista, Bartolomeo Chassaneo. Dato che i ratti non si presentavano in aula, Chassaneo costruì una difesa geniale: sostenne che i suoi assistiti non potevano raggiungere il tribunale in sicurezza a causa dei gatti che infestavano il percorso. Chiese quindi alla corte di garantire loro un “lasciapassare” ufficiale. Sebbene la storia possa essere stata abbellita nel tempo, illustra perfettamente la serietà con cui si cercava di rispettare, almeno formalmente, le regole del giusto processo.
I casi sorprendenti non finiscono qui. A Basilea, nel 1474, un gallo fu processato e condannato al rogo per aver deposto un uovo, un atto considerato contro natura e, secondo le superstizioni, di origine diabolica. In altre occasioni, maiali adulti furono processati insieme ai loro piccoli per aggressioni; a volte, i cuccioli venivano assolti perché ritenuti incapaci di intendere, un’eco affascinante della distinzione giuridica moderna tra imputabili e non imputabili.
Ma perché prendersela con gli animali? Più che credere nella loro colpa morale, questi processi erano un rito pubblico per ripristinare l’ordine dopo uno shock per la comunità. La condanna del maiale omicida esprimeva solidarietà alla vittima, ribadiva la responsabilità del padrone e mostrava che la giustizia faceva il suo corso. Nel caso degli insetti, il procedimento sacro dava una forma religiosa e sociale a eventi incontrollabili come le carestie, cercando protezione attraverso la legge e il rito.
Le pene riflettevano questo mondo simbolico: esilio dal villaggio, confisca o, nei casi più gravi, la morte eseguita sulla pubblica piazza. Per sciami e parassiti, invece, si usavano scomuniche e processioni. A noi oggi sembra assurdo, ma per l’uomo medievale tutto questo aveva un senso: era il linguaggio della colpa, dell’espiazione e di un ordine da ritrovare a ogni costo.
Con l’arrivo dell’età moderna e dell’Illuminismo, le cose cambiarono. La scienza offrì spiegazioni razionali per i fenomeni naturali e il diritto si concentrò sulla responsabilità dei proprietari. I processi agli animali scomparvero, ma la loro eco non si è spenta del tutto. Oggi non processiamo un cane o un cinghiale, ma le norme sugli animali pericolosi, le quarantene e le sanzioni ai proprietari sono i discendenti moderni di quell’antico bisogno di proteggere la comunità dopo un evento traumatico.
Guardare a questi processi non serve a deridere il passato, ma a capire come le società hanno sempre reagito alla paura e al caos. La storia di “Sua Signoria il Maiale” ci ricorda che la giustizia non è solo un insieme di regole, ma anche teatro pubblico, rituale collettivo e specchio delle idee con cui cerchiamo di dare un senso al mondo.
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