Immagina un pomeriggio d’inverno del 1355, in una taverna affollata di Oxford. Due studenti si lamentano del vino: è cattivo, annacquato, semplicemente imbevibile. Il taverniere, offeso, risponde a tono. Volano parole pesanti, poi una brocca di vino viene scagliata contro la sua testa. È l’inizio di una delle rivolte più sanguinose della storia universitaria: la Guerra del Vino.
Tutto accadde nella Swindlestock Tavern, nel cuore pulsante della città medievale, all’incrocio di Carfax. Quella lite fu la scintilla che incendiò una tensione che covava da anni tra gli universitari e i cittadini. Gli studenti suonarono le campane dell’università per chiamare rinforzi; i cittadini risposero con le campane della loro chiesa. In pochi istanti, l’intera Oxford si spaccò in due schieramenti armati.
Per due giorni, la città si trasformò in un campo di battaglia. Le strade furono teatro di assalti, cacce all’uomo e scontri feroci, combattuti con archi, balestre e spade. Le cronache dell’epoca parlano di decine e decine di morti, soprattutto tra gli studenti, colti di sorpresa e meno organizzati. Un bilancio spietato che, ancora oggi, lascia sbalorditi per la sua brutalità.
Per capire una violenza così esplosiva, bisogna guardare all’Europa del Trecento. Le università erano mondi a parte, vere oasi di privilegi concessi dal re. Godevano di autonomia, tribunali propri e una quasi totale immunità legale per studenti e docenti. Le città, invece, vivevano di commercio e regole locali. L’arrivo di migliaia di giovani studiosi, spesso arroganti, stranieri e protetti da leggi speciali, creava attriti continui. Costi degli affitti, prezzi del cibo, rumore notturno e tasse. Ogni cosa era un potenziale motivo di scontro tra i “town” (i cittadini) e i “gown” (gli uomini in toga).
Dopo la rivolta, il re Edoardo III fu chiamato a giudicare. La sua decisione fu netta e brutale: la città aveva torto, l’università aveva ragione. Oxford fu punita severamente e l’ateneo ottenne ancora più potere: il controllo sui mercati, sulle taverne e sulle licenze commerciali. Ma la punizione più umiliante fu una penitenza che sembra uscita da un romanzo. Ogni anno, il 10 febbraio, giorno di Santa Scolastica, il sindaco e i consiglieri dovevano marciare a capo scoperto fino alla Chiesa dell’Università, assistere a una messa per gli studenti uccisi e pagare un’ammenda simbolica: un penny per ogni studioso caduto.
Questa incredibile cerimonia di sottomissione durò per quasi cinquecento anni, fino al 1825. Era un rito annuale che ricordava a tutti chi comandava davvero a Oxford. La Guerra del Vino non fu solo una rissa, ma un punto di svolta che ha modellato per secoli il rapporto tra ateneo e comune, alimentando una rivalità che ancora oggi, in forme molto più pacifiche, fa parte del folklore locale.
Per chi visita Oxford, c’è un dettaglio affascinante. All’incrocio di Carfax, dove un tempo sorgeva la taverna, una piccola targa ricorda il luogo esatto dove tutto ebbe inizio. Un frammento di pietra che racconta un mondo passato, in cui un bicchiere di vino cattivo poteva letteralmente riscrivere le leggi di una città intera.
Questa storia non è una semplice curiosità. Ci insegna come piccoli gesti possano scatenare incendi enormi quando incontrano tensioni sociali profonde: giustizia, privilegio, convivenza. E ci ricorda che le università medievali non erano solo templi del sapere, ma anche laboratori sociali, dove si sperimentava ogni giorno la difficile arte di vivere insieme. A volte, la lezione più importante può iniziare in una taverna, davanti a un bicchiere di vino, e durare per mezzo millennio.
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