Immagina di trovarti ai piedi di un ghiacciaio. L’aria è ferma, il paesaggio immobile. Eppure, se ti fermi ad ascoltare, scopri che quel gigante di ghiaccio ha una voce. Dal suo corpo arrivano crepe improvvise, scricchiolii, tonfi lontani e piccoli colpi, come bolle che scoppiano. E poi c’è un “suono silenzioso”: vibrazioni troppo basse o troppo alte per l’orecchio umano, che gli strumenti registrano come una musica continua. È il canto del ghiaccio.
Perché un ghiacciaio fa rumore? Un ghiacciaio non è un blocco di ghiaccio immobile. Si muove, scorre e si deforma. Quando la temperatura cambia, il ghiaccio si espande o si contrae, creando enormi tensioni interne. Le crepe che si aprono all’improvviso sono vere e proprie fratture che liberano energia: le percepiamo come schiocchi secchi o boati profondi, noti come icequakes, i terremoti del ghiaccio. Sotto la superficie, l’acqua di fusione scava tunnel e gallerie; quando crollano, producono tonfi e rimbombi. Alla base, dove il ghiaccio scivola sulle rocce, il movimento avviene “a scatti”: scivola, si blocca e poi riparte, generando una serie continua di piccoli colpi.
I suoni si nascondono anche nei dettagli più piccoli. Il ghiaccio contiene miliardi di minuscole bolle d’aria, intrappolate da secoli. Quando il ghiaccio si scalda e fonde, queste bolle si liberano e scoppiano, producendo un suono simile a un leggero sfrigolio che, sommato su grandi superfici, diventa un fruscio costante. Le cascate d’acqua di fusione, scivolando tra le pareti ghiacciate, fanno vibrare le cavità come fossero strumenti musicali naturali. Alcune gallerie possono agire come canne d’organo, amplificando specifiche frequenze e creando melodie uniche.
Non tutti questi suoni sono udibili. Alcuni sono infrasonici, con frequenze troppo basse per il nostro orecchio, altri ultrasonici, con frequenze troppo alte. Gli scienziati usano microfoni speciali, geofoni (sensori che captano le vibrazioni del suolo) e idrofoni (microfoni subacquei) per ascoltare i ghiacciai, soprattutto quelli che terminano in mare. In questo modo, registrano la sua firma acustica: un’impronta sonora unica che rivela quanto si sta muovendo, se si sta sciogliendo o se sta perdendo pezzi nell’oceano. La velocità del suono nel ghiaccio è altissima, circa 3.800 metri al secondo, molto più veloce che nell’aria. Per questo il ghiaccio è un formidabile conduttore di suoni, un vero sistema nervoso che trasporta segnali da un punto all’altro.
A cosa serve ascoltare un ghiacciaio? Serve a monitorare la sua salute. Un aumento dell’acqua di fusione cambia i suoni: i crepitii si intensificano, il rumore di scivolamento alla base diventa più regolare e i tonfi dei crolli si fanno più frequenti. Se un ghiacciaio marino perde più iceberg, l’oceano si riempie di forti vibrazioni, che i sensori registrano come esplosioni sonore. In montagna, contare e classificare gli “icequakes” aiuta a prevedere la formazione di nuovi crepacci e a capire se il ghiacciaio avanza o arretra. È un metodo di monitoraggio continuo e a basso costo, che funziona anche di notte o con la nebbia, quando i satelliti non possono vedere.
Questa musica glaciale affascina l’uomo da secoli. Già nell’Ottocento, gli alpinisti raccontavano di notti in cui la montagna “mormorava” e “ringhiava”, come se nascondesse qualcosa di vivo. Oggi sappiamo che quel coro è il linguaggio della fisica: tensioni, fratture e acqua che scorre. Questi suoni influenzano anche la fauna. I boati dei ghiacciai marini possono essere percepiti a chilometri di distanza da specie come le foche o le balene, condizionando i loro spostamenti e la ricerca di cibo.
Una curiosità affascinante: il ghiaccio “che canta” si trova anche più vicino a noi. In inverno, i laghi ghiacciati possono emettere suoni sorprendenti, un “zing” metallico e cristallino quando la lastra si flette o viene colpita. È l’effetto di onde sonore che viaggiano velocissime nel ghiaccio, rimbalzando come in uno strumento. È un suono parente del canto dei ghiacciai, ma con una voce più acuta e leggera.
Ascoltare i ghiacci ci offre un modo nuovo per monitorare i cambiamenti climatici. Un ghiacciaio che diventa più “rumoroso”, con più tonfi e fratture, è un segnale di maggiore instabilità e di un ritiro accelerato. Un aumento dei fruscii legati alle bolle e all’acqua indica stagioni di fusione più intense. Con il tempo, gli scienziati costruiscono archivi sonori che mappano la vita del ghiaccio, collegando il clima all’energia che si sprigiona da questi giganti.
Il “suono silenzioso” del ghiacciaio non è solo poesia. È una miniera di dati che ci permette di leggere un gigante in movimento, di scoprirne i segreti e il destino. Ascoltare il ghiaccio significa imparare la grammatica della Terra: ogni crepitio è una parola, ogni boato una frase. Quando crediamo di sentire solo silenzio, in realtà stiamo assistendo a una grandiosa sinfonia che ci parla del nostro pianeta, una musica che dobbiamo imparare a interpretare prima che sia troppo tardi.
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