1770552151178_tXxGKYpm

La tassa sulla barba di Pietro il Grande: quando lo zar cambiò il volto della Russia

Condividi l'articolo

Immagina di camminare per le gelide strade di Mosca all’inizio del Settecento. Un agente dello zar ti si avvicina, ti scruta il volto e, notando una folta peluria sul mento, ti ferma bruscamente. Non ti chiede i documenti, ma pretende di vedere un piccolo oggetto specifico: il tuo gettone della barba. Quel dischetto di metallo, pesante e lucido, è l’unica cosa che ti separa dall’umiliazione pubblica. Senza di esso, rischi che la tua barba venga tagliata lì, in mezzo alla strada, tra le risate della folla e la vergogna. Non è la scena di un film distopico, ma una realtà storica documentata: benvenuti nella Russia di Pietro il Grande.

Tutto iniziò nel 1698, quando lo zar Pietro I tornò dal suo celebre “Grande Viaggio” attraverso l’Europa. Aveva visto i cantieri navali olandesi, le industrie inglesi e gli eserciti disciplinati di Prussia e Austria. Ma notò anche un dettaglio estetico fondamentale: i volti dell’Europa “che conta” erano rasati. I gentiluomini occidentali sfoggiavano guance lisce e menti puliti. In Russia, al contrario, la barba era un simbolo intoccabile di identità, virilità e fede religiosa. Per i devoti dell’Ortodossia, radersi era considerato quasi un sacrilegio, un’offesa all’immagine di Dio.

Pietro, deciso a trascinare la Russia nella modernità anche con la forza, non perse tempo. Si racconta che, appena rientrato, iniziò personalmente a tagliare le barbe dei suoi boiardi (i nobili di alto rango) con delle grosse forbici, lasciandoli sotto shock. Ma per cambiare un intero impero, le forbici non bastavano: serviva una legge. Così nacque la tassa sulla barba, uno degli esempi più bizzarri e potenti di ingegneria sociale.

Il sistema era semplice ma spietato: se volevi tenere la tua amata barba, dovevi pagare. Non era una cifra simbolica, ma una vera e propria rendita per lo Stato, calcolata in base alla ricchezza. I nobili, i mercanti e i funzionari di corte potevano arrivare a pagare fino a 100 rubli l’anno, una somma astronomica per l’epoca. I cittadini comuni pagavano meno, mentre i contadini, che non potevano permettersi grosse cifre, dovevano versare 2 copechi ogni volta che entravano o uscivano dalle porte della città.

In cambio del pagamento, ricevevi la ricevuta più strana della storia: un gettone di rame o argento, da portare sempre con sé, spesso cucito sugli abiti o appeso al collo. Su questi dischetti era incisa l’aquila imperiale e una scritta in cirillico che non lasciava spazio a dubbi: “Dengi vzyaty”, ovvero “Denaro riscosso”. Alcune versioni riportavano addirittura una frase beffarda: “La barba è un peso inutile”. Era un pezzo di metallo, ma fungeva da patente di legittimità.

La polizia pattugliava le strade e gli edifici pubblici a caccia di evasori. Chi veniva sorpreso con la barba ma senza gettone affrontava multe salate o, peggio, la rasatura forzata sul posto. Questa misura scatenò resistenze enormi. Gli Antichi Credenti, i religiosi più tradizionalisti, preferivano pagare pur di non peccare, vedendo nella lama del barbiere un’opera del demonio. Tuttavia, lo zar non arretrò di un millimetro: per lui, quei peli sul viso rappresentavano l’arretratezza russa che andava estirpata.

A prima vista sembra solo una curiosità folcloristica, ma questa storia ci insegna una lezione profonda sul potere dello Stato. Le tasse non servono solo a fare cassa, ma a modella i comportamenti. È successo anche altrove: l’Inghilterra tassò le finestre (portando la gente a murarle), e sempre a Londra si tassò la cipria per capelli, facendo tramontare la moda delle parrucche. In Giappone, il taglio dello chignon divenne simbolo di apertura all’Occidente. Capelli e barbe sono codici sociali potenti: toccarli significa riscrivere l’identità di un popolo.

Oggi, osservando uno di quei gettoni conservati nei musei, si percepisce l’eco di una trasformazione gigantesca. Quella moneta non certificava solo un pagamento, ma rappresentava il prezzo del passato in un mondo che correva verso il futuro. Con una semplice tassa, Pietro il Grande trasformò un dettaglio estetico in un campo di battaglia politico, dimostrando che la modernizzazione passa anche, e soprattutto, attraverso ciò che vediamo allo specchio.

Potrebbe interessarti:

Torna in alto