Sembra la trama di un romanzo distopico, un evento quasi impossibile da concepire: un pallone di carta che attraversa l’intero Oceano Pacifico, spinto solo dalla forza del vento, per portare la morte in una tranquilla domenica americana. Eppure, questa è una storia drammaticamente vera. Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel massimo segreto, il Giappone lanciò un’offensiva silenziosa e geniale nota come Progetto Fu-Go. Si trattava di migliaia di palloni bomba, armi intercontinentali ante litteram, progettate per colpire gli Stati Uniti senza l’uso di navi corazzate o aerei da combattimento.
L’idea era tanto semplice quanto inquietante. Questi palloni, realizzati con strati di carta washi (una carta tradizionale giapponese molto resistente) o seta gommata, venivano riempiti di idrogeno. Ma la vera “benzina” di questo viaggio era la natura stessa: la corrente a getto. Questo fiume d’aria ad alta quota, che scorre veloce da ovest verso est sopra il Pacifico, divenne un’autostrada invisibile per trasportare gli ordigni per oltre 8.000 chilometri, fino alle foreste del Nord America. Tra il 1944 e il 1945 ne furono lanciati circa 9.000, con l’obiettivo di scatenare incendi boschivi devastanti e seminare il panico tra la popolazione civile statunitense.
Per evitare il panico e, soprattutto, per non dare al nemico la soddisfazione di sapere che il piano funzionava, il governo degli Stati Uniti impose una censura strategica totale. Giornali e radio avevano l’ordine tassativo di non riportare gli avvistamenti. Il silenzio funzionò: credendo che i palloni si perdessero nell’oceano senza raggiungere il bersaglio, il Giappone interruppe il programma. Ma questo silenzio ebbe un costo umano terribile.
Il dramma si consumò il 5 maggio 1945, in una giornata di sole apparentemente perfetta nelle foreste vicino a Bly, in Oregon. Il reverendo Archie Mitchell aveva portato sua moglie Elsie Mitchell (incinta del loro primo figlio) e cinque ragazzi della scuola domenicale per un picnic sul monte Gearhart. Mentre il reverendo parcheggiava l’auto, Elsie e i bambini — Dick, Joan, Jay, Edward e Sherman — corsero tra gli alberi. Lì, trovarono qualcosa di strano a terra: un grande oggetto sgonfio, biancastro, con cavi intricati.
La curiosità fu fatale. Uno dei ragazzi gridò di aver trovato “un pallone”, e si radunarono attorno ad esso. Nessuno di loro sapeva del pericolo, perché nessun avviso era mai stato diramato alla popolazione. Appena mossero l’oggetto, il meccanismo anti-manomissione attivò una carica esplosiva. L’esplosione fu immediata e devastante, uccidendo sul colpo Elsie e i cinque bambini. Furono le uniche vittime civili della Seconda Guerra Mondiale uccise sul suolo continentale americano per mano nemica.
Dietro questa tragedia c’è anche un paradosso scientifico. La scoperta della corrente a getto si deve a un meteorologo giapponese, Wasaburo Oishi, che negli anni ’20 aveva studiato questi venti ad alta quota. Sognava che la sua scoperta unisse il mondo, tanto da pubblicare i suoi studi in Esperanto, la lingua universale della pace. Tragicamente, quella stessa conoscenza fu usata decenni dopo per trasportare morte. Nonostante l’aspetto rudimentale, i palloni erano tecnologicamente avanzati: possedevano barometri e meccanismi a orologeria per sganciare zavorra e mantenere la quota ideale di 10.000 metri.
La portata di questa minaccia fu sottovalutata per decenni. Oltre 300 palloni furono ritrovati dal Canada al Messico. In un caso al limite dell’incredibile, un pallone colpì le linee elettriche vicino al sito nucleare di Hanford, nello stato di Washington, causando un blackout temporaneo proprio nella fabbrica che stava producendo il plutonio per il Progetto Manhattan e la bomba atomica. La guerra, con la sua imprevedibilità, aveva quasi cortocircuitato se stessa.
Oggi, nel luogo esatto dell’esplosione, sorge il Mitchell Monument. È un luogo di silenzio immerso nella foresta, un memoriale che ci ricorda come le conseguenze dei conflitti possano viaggiare lontano, trasportate dal vento, colpendo vite innocenti nel modo più inaspettato. Quella di Bly non è solo una storia di guerra, ma un monito eterno sulla fragilità della vita umana di fronte alla furia cieca della storia.
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