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Come una Risposta Sbagliata Aprì per Caso il Muro di Berlino

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A volte il destino del mondo non cambia grazie a piani strategici studiati a tavolino, ma per un semplice, banale errore umano commesso in diretta televisiva. La sera del 9 novembre 1989, l’aria a Berlino Est era elettrica, carica di una tensione insostenibile. Da settimane il popolo della Germania dell’Est scendeva in piazza, chiedendo riforme e libertà, mentre migliaia di persone tentavano la fuga disperata attraverso l’Ungheria e la Cecoslovacchia.

In questo clima rovente, il portavoce del governo della DDR, Günter Schabowski, indisse una conferenza stampa. Sembrava un appuntamento di routine, noioso e burocratico. Schabowski era stanco, appena rientrato da una riunione del Comitato Centrale a cui, ironia della sorte, non aveva partecipato interamente. Poco prima di sedersi davanti alle telecamere, Egon Krenz, il leader del partito, gli aveva passato un foglio con delle annotazioni veloci. Erano le nuove regole sui viaggi all’estero.

Quello che doveva accadere era chiaro per la burocrazia: il governo voleva concedere permessi di viaggio, ma solo a partire dal giorno successivo e previa domanda formale. Non era assolutamente un “liberi tutti”. Ma Schabowski non aveva letto bene quel foglio. Quando un giornalista italiano, Riccardo Ehrman, gli pose la domanda fatidica su quando queste nuove regole sarebbero entrate in vigore, il portavoce andò nel panico. Frugò tra le carte, inforco gli occhiali, esitò visibilmente e poi pronunciò la frase che fece crollare la cortina di ferro: “Per quanto ne so… subito, senza indugio”. In tedesco suonò come un ordine perentorio: “Das tritt nach meiner Kenntnis… ist das sofort, unverzüglich”.

Queste parole, “subito” e “senza indugio”, pronunciate alle 18:53, furono la scintilla in una polveriera. I telegiornali della Germania Ovest, captati anche a Est, annunciarono immediatamente: “Il Muro è aperto!”. Non era vero, tecnicamente, ma la potenza della notizia rese l’evento reale. Migliaia di cittadini di Berlino Est, increduli ma speranzosi, uscirono di casa. Si diressero in massa verso i valichi di frontiera, come quello famoso di Bornholmer Straße.

Dall’altra parte della barreria, le guardie di confine erano nel caos totale. Nessuno aveva dato loro l’ordine di aprire. I telefoni squillavano a vuoto, i superiori non sapevano cosa dire. Di fronte a loro non c’erano nemici armati, ma una marea umana pacifica che chiedeva di passare, forte della parola data in TV dal loro stesso governo. Il tenente colonnello Harald Jäger, responsabile a Bornholmer Straße, si trovò davanti alla scelta più difficile della sua vita: ordinare di sparare sulla folla per difendere il confine o lasciar perdere tutto. Alle 23:30, per evitare un massacro, prese la decisione storica: ordinò ai suoi uomini di alzare le sbarre.

La scena che seguì fu pura euforia. Sconosciuti che si abbracciavano, fiumi di spumante, le piccole Trabant che attraversavano il confine tra gli applausi. C’è un dettaglio curioso e poco noto di quella notte: inizialmente, nel tentativo disperato di mantenere il controllo, le guardie timbrarono i passaporti dei primi che passavano annullando la loro cittadinanza, un modo per “espellerli” per sempre. Ma la folla divenne talmente imponente che dovettero smettere subito. La burocrazia era stata sconfitta dalla realtà.

Quella notte non cadde solo una barriera di cemento armato che divideva una città da 28 anni; crollò l’intero assetto della Guerra Fredda. E tutto questo accadde non per una guerra, non per un trattato firmato tra superpotenze, ma perché un uomo stanco, leggendo male un appunto scritto a mano, disse tre parole sbagliate al momento giusto. La lezione è straordinaria: anche nei sistemi più rigidi e opprimenti, la libertà trova sempre una fessura in cui infilarsi, trasformando un errore burocratico nella più grande festa della storia moderna.

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