Immagina che i muri della tua città respirino. Non è la trama di un film di fantascienza, ma la pura realtà biologica che ci circonda ogni giorno. Questa è la storia dei biofilm architettonici, una vera e propria “seconda pelle” viva, formata da intere comunità di micro-organismi che colonizzano pietre, intonaci e metalli. I monumenti che ammiri e le facciate dei palazzi non sono superfici morte: sono complessi ecosistemi in continua evoluzione.
Una gelatina viva e invisibile
Ma cosa sono esattamente? In parole semplici, un biofilm è uno strato sottilissimo, spesso invisibile a occhio nudo, composto da un mix di batteri, funghi, microalghe e lieviti. Questi minuscoli abitanti non si limitano ad appoggiarsi sulla pietra: producono una sostanza gelatinosa, chiamata matrice extracellulare, che funge sia da colla che da scudo. Questa gelatina trattiene l’acqua, protegge dai raggi UV o dallo smog e permette alla colonia di restare aggrappata con tenacia anche nelle più piccole fessure del materiale.
Una città che cambia colore
Hai mai notato come certe facciate diventino verdastre dopo un periodo di pioggia, o come le grondaie si segnino di strisce scure? Non è semplice sporcizia: stai osservando i biofilm in azione. Questi organismi sono dei veri pittori naturali:
- I cianobatteri e le alghe donano sfumature verdi brillanti per sfruttare la fotosintesi.
- Alcuni funghi estremofili anneriscono le superfici (spesso confundendosi con lo smog) per proteggersi dalle radiazioni solari.
- Lieviti e batteri possono creare patine dal giallo all’arancione, reagendo al microclima.
È come se gli edifici indossassero una maglia termica cangiante: i colori si intensificano con l’umidità e sbiadiscono sotto il sole cocente.
I micro-muratori che riparano il cemento
Qui la realtà supera la fantasia: esistono batteri muratori. Alcune specie hanno la straordinaria capacità di “cementare” la materia inanimata. Nutrendosi di specifiche sostanze, inducono un processo chimico che porta alla precipitazione di carbonato di calcio. In pratica, creano nuova pietra.
La scienza moderna sta sfruttando questa abilità naturale per creare il calcestruzzo autoriparante. In questi materiali innovativi, vengono inserite spore batteriche dormienti; se si forma una crepa ed entra dell’acqua, i batteri si risvegliano, producono calcare e “stuccano” la fessura dall’interno. Tuttavia, la natura ha due facce: altre specie producono acidi che, al contrario, sciolgono la pietra e corrodono i metalli, comportandosi come agenti di degrado.
L’internet biologica: il Quorum Sensing
Forse l’aspetto più incredibile è che questi organismi non vivono isolati, ma parlano tra loro. Utilizzano un sistema di comunicazione chimica chiamato quorum sensing. È una sorta di rete internet biologica: quando i segnali chimici indicano che la comunità è abbastanza numerosa, il biofilm decide collettivamente di cambiare strategia.
Possono decidere all’unisono di produrre più gelatina protettiva per resistere al vento, o di secernere pigmenti scuri per schermarsi dal sole. È una cooperazione microscopica con effetti macroscopici visibili sulle nostre cattedrali e sui nostri palazzi.
Pulire o convivere? La sfida del futuro
Guardando le nostre città con questi occhi, sorge un dilemma per restauratori e architetti: dobbiamo pulire tutto o imparare a convivere? Rimuovere aggressivamente questa “pelle” può esporre la pietra nuda a un degrado ancora più rapido. In archeologia, le patine biologiche a volte hanno salvato la superficie sottostante per secoli.
Il futuro dell’architettura si muove verso la bio-ricettività. Non più la “città macchina” sterile del Novecento, ma la città organismo. Si stanno già progettando facciate “vive” pensate per ospitare colonie specifiche che assorbono CO2, regolano l’umidità e isolano termicamente gli edifici. Le nostre case non sono solo costruite dall’uomo: sono coltivate, silenziosamente e incessantemente, da miliardi di piccoli inquilini che colorano, proteggono e raccontano il tempo.
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