Nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1992, Sarajevo era avvolta dalle fiamme. La città, assediata da mesi durante la guerra in Bosnia, veniva colpita senza sosta da colpi di mortaio e granate incendiarie. Tra gli edifici presi di mira ce n’era uno che non aveva alcun valore militare, ma un valore immenso per la storia e la memoria collettiva: la Biblioteca Nazionale e Universitaria di Bosnia ed Erzegovina, ospitata nello storico edificio della Vijećnica. Quella notte, il fuoco distrusse una parte fondamentale del patrimonio culturale europeo.
Questa è una storia vera, documentata, e riguarda Enes Kujundžić, bibliotecario, e un gruppo di cittadini comuni che decisero di non restare a guardare. Non erano soldati, non avevano protezioni né armi. Avevano solo scatole di cartone, sacchi improvvisati e la convinzione profonda che la cultura fosse qualcosa per cui valesse la pena rischiare la vita.
La biblioteca custodiva circa due milioni di volumi: manoscritti medievali, documenti dell’epoca ottomana, testi religiosi musulmani, ebraici e cristiani, antichi giornali, mappe storiche e libri ormai introvabili. Era la prova concreta di una Bosnia multiculturale, dove popoli e religioni diverse avevano convissuto per secoli. Proprio per questo motivo la Vijećnica divenne un bersaglio. Distruggere quei libri significava tentare di cancellare l’identità e la memoria di un popolo.
Quando le granate colpirono l’edificio e l’incendio si propagò rapidamente, Enes Kujundžić si trovava nelle vicinanze. Invece di fuggire, decise di entrare. Il fumo rendeva l’aria quasi irrespirabile, i pavimenti erano coperti di cenere e pagine bruciate cadevano dall’alto come una neve nera. In poco tempo, altre persone si unirono a lui: bibliotecari, studenti, insegnanti, abitanti del quartiere. Senza ordini né coordinamento ufficiale, formarono una catena umana.
Sotto i bombardamenti e il rischio dei cecchini, passavano i libri di mano in mano, dalle sale in fiamme fino all’esterno. Li infilavano in scatole di cartone, sacchi, valigie, perfino borse della spesa. Alcuni furono feriti dalle schegge, altri colpiti mentre correvano. Alcuni persero la vita. Eppure la catena non si interruppe.
I volumi salvati venivano nascosti in cantine, rifugi antiaerei, scantinati umidi, ovunque fosse possibile proteggerli dal fuoco. Molti di quei libri erano considerati “proibiti” non perché illegali, ma perché rappresentavano una cultura e una convivenza che qualcuno voleva eliminare. Salvandoli, quelle persone difendevano molto più della carta: difendevano un’idea di società.
Alla fine dell’incendio, circa il 90% della collezione della biblioteca era andato distrutto. Le fiamme continuarono a bruciare per giorni, alimentate da carta e legno. Tuttavia, migliaia di manoscritti e volumi rari sopravvissero grazie a quel gesto collettivo di coraggio civile.
Ciò che rende questa storia straordinaria non è solo il salvataggio dei libri, ma il suo significato profondo. In mezzo alla violenza, alla paura e alla morte, uomini e donne comuni scelsero di proteggere la conoscenza. Dimostrarono che la cultura non è un lusso dei tempi di pace, ma una necessità vitale, qualcosa che definisce chi siamo.
Oggi la Vijećnica è stata ricostruita ed è tornata a essere uno dei simboli di Sarajevo. I libri salvati quella notte restano testimoni silenziosi di un atto di resistenza civile unico nel suo genere. La storia di Enes Kujundžić e di quella catena umana ci ricorda che, anche quando tutto sembra perduto, c’è sempre qualcuno disposto a sfidare le fiamme per difendere la memoria del mondo.
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