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Il suono silenzioso del ghiaccio che canta e svela i segreti del clima terrestre

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Immagina un’orchestra nascosta nelle pieghe più fredde del pianeta. Non ha violini né timpani, eppure suona senza sosta. È l’orchestra del ghiaccio: ghiacciai, banchi di ghiaccio marino, laghi gelati e iceberg che, mentre si muovono e si sciolgono, producono suoni che spesso noi non possiamo sentire.

Alcuni sono troppo bassi, altri troppo alti per il nostro udito. Ma per chi sa ascoltare con gli strumenti giusti, queste melodie raccontano storie preziose sul clima e sui cambiamenti che la Terra sta vivendo.

Perché il ghiaccio “canta”? La risposta è un affascinante mosaico di fenomeni naturali:

  • Quando il ghiaccio si espande o si contrae a causa degli sbalzi di temperatura, crea piccole crepe e fratture. Queste provocano vibrazioni e colpi secchi, simili allo schiocco di un ramo che si spezza.
  • Nei ghiacci antichi sono intrappolate microscopiche bolle d’aria, vere e proprie capsule del tempo. Quando il ghiaccio si scioglie, queste bolle scoppiano una dopo l’altra, creando un “frizzare” simile a quello dell’acqua gassata. È un suono rapidissimo e spesso ultrasonico, impercettibile per noi, ma chiarissimo per un microfono subacqueo.
  • I torrenti d’acqua che scorrono sopra e sotto i ghiacciai gorgogliano come ruscelli in una grotta. Passando in canali stretti o cavità profonde, il loro suono rimbomba a certe frequenze, come un organo a canne naturale. L’eco di quel gorgoglio rivela la mappa dei canali nascosti, quanta acqua scorre e se si stanno allargando o chiudendo.
  • Quando un iceberg si stacca da un ghiacciaio, l’impatto con l’acqua libera un’energia enorme. Il boato genera onde sonore a bassissima frequenza, l’infrasuono, capaci di viaggiare per centinaia di chilometri. Questi “colpi profondi” aiutano a contare gli eventi di distacco e a misurare la ritirata del ghiacciaio.

Esiste poi il fenomeno del “ghiaccio che canta” sui laghi. In pieno inverno, una lastra sottile può vibrare come la pelle di un tamburo. Basta un cambio di temperatura o una piccola tensione per innescare onde sonore che corrono sulla superficie, cambiando tonalità. Chi ha vissuto l’esperienza descrive suoni che scivolano da note basse a fischi acuti, come un sintetizzatore cosmico. Non è magia: è pura fisica, con la lastra di ghiaccio che si trasforma in uno strumento musicale.

Questo concerto naturale non è solo uno spettacolo, ma una preziosa fonte di dati scientifici. Ascoltando il ghiaccio, i ricercatori possono misurare fenomeni difficili da osservare direttamente:

  • Velocità di scioglimento: il “frizzare” delle bolle d’aria è direttamente collegato alla quantità di ghiaccio che fonde. Più bolle scoppiano, più veloce è la fusione. Con speciali microfoni subacquei, gli idrofoni, si può stimare la perdita di massa con una precisione impressionante.
  • Portata dei fiumi subglaciali: il timbro del gorgoglio rivela la dimensione e la forma dei canali d’acqua sotto il ghiacciaio. Questo aiuta a capire come l’acqua agisca da lubrificante, accelerando la sua corsa verso il mare.
  • Eventi di frattura: i boati a bassa frequenza segnalano la formazione di grandi crepe e il distacco di iceberg. Registrandoli, si ottiene un vero e proprio “diario” dell’attività del fronte glaciale.
  • Proprietà del ghiaccio: la velocità con cui le onde sonore viaggiano nel ghiaccio svela la sua densità e temperatura. È come una specie di TAC acustica naturale.

Molti di questi suoni sono “silenziosi” solo per noi, perché le loro frequenze sono fuori dal nostro campo uditivo (tra 20 e 20.000 hertz). I crepitii delle bolle sono spesso ultrasuoni, mentre i boati profondi del ghiaccio sono infrasuoni. Per ascoltarli, servono strumenti come geofoni e idrofoni, che estendono il nostro udito.

Le popolazioni artiche, da sempre, usano l’orecchio per interpretare il paesaggio: per capire se la banchisa è sicura o se un fiume sotterraneo è in piena. I diari degli esploratori polari sono pieni di racconti di notti in cui il ghiaccio “geme”, “mugghia” o “scoppietta”. Oggi, la tecnologia ha trasformato queste antiche osservazioni in una disciplina scientifica: l’acustica dei ghiacci.

C’è un dettaglio che unisce poesia e scienza: il ghiaccio conserva il passato e racconta il presente. Le bolle che “cantano” quando il ghiaccio si scioglie sono frammenti di atmosfera antica, liberati dopo millenni. La loro musica è un ponte tra i tempi, un suono di oggi che nasce da un’aria di ieri.

In un mondo che cambia, imparare ad ascoltare è fondamentale. Il suono del ghiaccio è un segnale d’allarme precoce. Ci avverte se un ghiacciaio accelera, se l’acqua scava nuove vie sotto di esso, se una banchisa si sta indebolendo. È un modo non invasivo per monitorare luoghi estremi, con meno costi e rischi.

Alla fine, il “suono silenzioso” del ghiaccio è un invito a riconnetterci con il pianeta. Sotto la superficie del freddo c’è un mondo che parla. Non sempre lo fa alla nostra frequenza, ma la sua voce esiste. È una melodia che unisce scienza e meraviglia e ci aiuta a capire la salute della grande orchestra bianca del nostro mondo. Ascoltarla significa conoscerla e, soprattutto, rispettarla.

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