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Il tentato furto della salma di Abraham Lincoln: il piano segreto dei falsari di Chicago nel 1876

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Potrebbe essere la trama di un film, ma è una storia incredibilmente vera. Nel 1876, undici anni dopo la morte di Abraham Lincoln, un’audace banda di falsari di Chicago concepì un piano folle: rubare il corpo del presidente più amato d’America dalla sua tomba a Springfield, in Illinois, per chiedere un riscatto. Il loro obiettivo non era il denaro, o almeno non solo. Volevano la liberazione di Ben Boyd, il loro miglior incisore di banconote false, un vero artista del crimine appena finito in prigione. Con Boyd di nuovo libero, la loro macchina di contraffazione sarebbe ripartita a pieno regime.

Per capire il contesto di questa storia, bisogna tornare all’America del dopo Guerra Civile, un paese invaso dal denaro contraffatto. Per combattere questa piaga, nel 1865 era nata la United States Secret Service. L’ironia della storia volle che proprio Lincoln firmasse la legge per istituirla il giorno stesso del suo assassinio. A quel tempo, la missione dei servizi segreti non era proteggere il presidente, ma smascherare i falsari. E furono proprio loro a sventare il piano per rapire la salma del presidente che li aveva fondati.

I criminali pianificarono il colpo con cura. Scelsero la notte delle elezioni presidenziali del novembre 1876, un momento di grande caos politico e sociale. Erano convinti che la polizia sarebbe stata distratta e che i loro movimenti sarebbero passati inosservati. La tomba di Lincoln, situata nel cimitero di Oak Ridge, era un obiettivo ambizioso. Il sarcofago di marmo era pesante e l’ingresso protetto da una serratura. Ma la banda arrivò preparata, con lime, attrezzi e una determinazione di ferro.

C’era però un dettaglio che i falsari avevano ignorato: nella loro cerchia si era infiltrato un uomo della legge. Si trattava di un informatore, Louis Swegles, che lavorava per la polizia segreta. Fingendosi un complice, Swegles partecipò a ogni fase del piano, riportando tutto ai suoi superiori. Così, quando i malviventi forzarono la serratura e iniziarono a trascinare fuori la bara, gli agenti federali erano già sul posto, nascosti tra le lapidi e pronti a intervenire.

Nel buio del cimitero, rotto solo dal clangore metallico degli attrezzi, scattò la trappola. In una scena concitata, tra ordini sussurrati e fughe rocambolesche, i criminali riuscirono a dileguarsi nella confusione, ma il loro piano era ormai fallito. Nei giorni successivi, le indagini portarono all’arresto e alla condanna dei membri della banda. Il loro sogno di rimettere in piedi l’officina del falso era svanito per sempre.

Questo incredibile tentativo di furto ebbe conseguenze immediate sulla tomba di Lincoln. Terrorizzati all’idea che qualcuno potesse riprovarci, i custodi del monumento nascosero la bara. Per anni, il feretro fu spostato in vari nascondigli segreti all’interno della tomba stessa. Infine, all’inizio del Novecento, durante una profonda ristrutturazione, si optò per una soluzione drastica e definitiva: la bara di Lincoln fu sigillata in una gabbia d’acciaio e sepolta sotto due tonnellate di cemento armato. Durante questi lavori, nel 1901, alcuni testimoni poterono vedere per l’ultima volta il volto del presidente, ancora sorprendentemente conservato, un’immagine che li segnò profondamente.

Questa vicenda è una finestra su un’America turbolenta, fatta di astuti investigatori e criminali fantasiosi. Mostra quanto fosse radicato il problema del denaro falso e fino a che punto si spingessero i falsari per proteggere i loro affari. Ma, soprattutto, racconta come gli Stati Uniti abbiano imparato a proteggere i propri simboli. La tomba di Lincoln si trasformò da luogo di memoria a vera e propria fortezza, l’emblema della cura con cui una nazione custodisce la sua storia. Un episodio che intreccia la nascita della polizia segreta, la maestria degli infiltrati e il mito di un presidente dal valore inestimabile, anche da morto.

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