In alcuni deserti del mondo, le dune possono letteralmente cantare. È un fenomeno raro, ancestrale e quasi magico: quando una folata di vento accarezza la sabbia o una piccola valanga di granelli scivola lungo il fianco della duna, si sprigiona un suono profondo, un brontolio musicale che fa vibrare l’aria. Può durare diversi secondi, a volte minuti, e si propaga a distanza come una nota stabile, simile a un coro di voci possenti. Gli antichi viaggiatori lo descrivevano come il respiro degli spiriti del deserto; oggi la scienza ci svela il segreto di questo concerto naturale.
Perché una duna “canta”? La risposta è scritta nella sabbia. I granelli che la compongono devono essere speciali: quasi tutti di quarzo, levigati da secoli di vento, perfettamente asciutti e, soprattutto, di dimensioni molto simili tra loro. Questa uniformità è la chiave. Quando una massa di questa sabbia speciale scivola lungo il fianco ripido della duna, i granelli non scendono in modo fluido. Si muovono a scatti, con un movimento sincronizzato che gli scienziati chiamano “stick-slip” (aderisci e scivola). È una sorta di danza collettiva in cui milioni di granelli vibrano all’unisono.
Questa vibrazione crea un’onda sonora. La duna stessa, con la sua enorme massa e la sua struttura interna stratificata, agisce come una gigantesca cassa armonica. Amplifica il suono e ne seleziona una frequenza dominante, di solito tra 70 e 110 hertz. È una frequenza bassa che il nostro orecchio percepisce come un ruggito musicale, potente e ipnotico.
Per capire meglio, pensa a un violino: la corda che vibra crea la nota, ma è il corpo in legno dello strumento a darle volume e timbro. Nelle dune, la “corda” sono milioni di granelli che vibrano insieme; il “corpo” è l’intera massa di sabbia. Oppure, immagina un organo: la forma e la dimensione della duna, insieme allo spessore dello strato di sabbia in movimento, determinano la nota esatta, proprio come la lunghezza di una canna d’organo.
La nota, infatti, dipende dalla dimensione dei granelli. Più sono grandi, più la vibrazione è lenta e il suono è grave. L’umidità, invece, è la nemica giurata del canto. Anche una minima traccia d’acqua agisce come una colla tra i granelli, impedendo loro di scivolare liberamente e smorzando le vibrazioni. Ecco perché le dune cantano solo nei periodi più caldi e asciutti, e tornano silenziose dopo una rara pioggia.
Non tutte le dune, però, hanno questa dote. Serve una combinazione perfetta di condizioni, presente solo in pochi luoghi al mondo. Tra i più famosi ci sono:
- Le Kelso Dunes nel deserto del Mojave, in California.
- Sand Mountain in Nevada.
- La “Montagna della Sabbia che Canta” vicino a Dunhuang, in Cina.
- Le dune del Parco Nazionale di Altyn-Emel, in Kazakistan.
- Alcune aree specifiche dei deserti del Namib e del Sahara.
Ascoltare una duna è come leggere una pagina del suo diario. Il canto ci dice che la sua sabbia è “matura”, ovvero trasportata dal vento per lungo tempo, ben selezionata e arrotondata. Ci parla del clima locale: se la duna canta spesso, l’ambiente è arido; se tace, forse l’umidità è aumentata. Per un geologo, il suono rivela la storia dei venti, dei cicli stagionali e dell’evoluzione di un intero paesaggio.
Ma non solo. Le dune canore sono un incredibile laboratorio naturale per studiare i materiali granulari, una categoria di materia che include sabbia, neve, cereali e polveri industriali. Capire come vibrano e si muovono aiuta a prevedere il comportamento delle frane e a migliorare processi industriali. La ricerca si spinge persino oltre la Terra. Pianeti come Marte o lune come Titano sono coperti di dune. Potrebbero cantare anche loro? La risposta dipende dalla loro sabbia e dalla loro atmosfera, e studiare il canto terrestre ci aiuta a immaginare il paesaggio sonoro di altri mondi.
Infine, c’è la poesia. In un luogo che appare immobile e silenzioso, scopriamo una vibrazione profonda, un’armonia nascosta che nasce da infiniti, minuscoli gesti. È la musica della geologia: la prova che anche la materia più semplice custodisce segreti straordinari. Quando una duna canta, ci svela che la natura è la più grande delle compositrici e che il mondo, se solo ci fermiamo ad ascoltarlo, ha ancora infinite storie da raccontare.
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