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Quando il London Bridge viaggiò 10.000 km per rinascere nel deserto dell’Arizona

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Immaginate di entrare in un ufficio comunale e chiedere: “Scusi, mi incarta questo ponte?”. Suona come l’inizio di una barzelletta, ma nel 1968 a Londra accadde davvero. Il vecchio London Bridge fu messo ufficialmente in vendita, acquistato da un imprenditore americano, smontato pezzo per pezzo, spedito oltreoceano e ricostruito nel bel mezzo del deserto dell’Arizona. È una storia vera, che mescola l’assurdo con la genialità ingegneristica e un fiuto per gli affari senza precedenti.

Facciamo un passo indietro. Il ponte in questione non è il celebre Tower Bridge, quello con le due torri e il meccanismo levatoio che tutti fotografano. Il London Bridge del 1831, progettato dall’ingegnere John Rennie, era una struttura più sobria ed elegante, un ponte in pietra a cinque arcate che per oltre un secolo aveva servito la città. Con il boom del traffico automobilistico del Novecento, però, la sua struttura iniziò a cedere. Il ponte non stava crollando, ma stava lentamente sprofondando nel fango del Tamigi, un centimetro all’anno, un ritmo lento ma inesorabile che lo rendeva pericoloso.

Demolirlo? Troppo costoso e una perdita storica. Fu allora che Ivan Luckin, un consigliere della City of London, ebbe un’idea geniale e folle: perché non venderlo? L’annuncio fece il giro del mondo e catturò l’attenzione di Robert P. McCulloch, un visionario imprenditore americano. McCulloch stava costruendo dal nulla una città, Lake Havasu City, sulle sponde di un lago artificiale in Arizona, e cercava qualcosa di unico per trasformarla in una destinazione turistica. Capì subito che il London Bridge era l’occasione della sua vita.

L’affare fu concluso per circa 2,5 milioni di dollari. A quel punto iniziò un’operazione logistica che ha del miracoloso. Ogni singola pietra del rivestimento esterno del ponte fu numerata con precisione millimetrica, creando una sorta di gigantesco puzzle tridimensionale. Le quasi 10.000 tonnellate di granito furono imballate, caricate su navi cargo e trasportate in un viaggio epico di quasi diecimila chilometri attraverso l’Oceano Atlantico e il Canale di Panama, fino alla California, per poi proseguire su camion fino al deserto. Per garantire la stabilità, il nuovo ponte non fu ricostruito interamente con la struttura originale: fu creata un’anima moderna in cemento armato, sulla quale vennero poi riapplicate, come un vestito su misura, le pietre storiche numerate.

C’era solo un ultimo, piccolo dettaglio: a cosa serve un ponte in mezzo al nulla? A Lake Havasu non c’era nessun fiume da attraversare nel punto prescelto. McCulloch non si scompose. Con un colpo di genio, fece letteralmente portare l’acqua al ponte: ordinò lo scavo di un canale, il Bridgewater Channel, che deviava parte delle acque del lago facendole scorrere proprio sotto le arcate del ponte. L’inaugurazione, nel 1971, fu un evento mediatico mondiale.

Una leggenda popolare, divertente ma falsa, narra che McCulloch si fosse confuso e pensasse di aver comprato il più scenografico Tower Bridge. In realtà, da scaltro uomo d’affari, sapeva perfettamente cosa stava facendo. Non cercava solo pietre, ma un nome iconico, una storia da raccontare. Il London Bridge era perfetto.

Oggi, il ponte è il cuore pulsante di Lake Havasu City e una delle attrazioni più surreali degli Stati Uniti. Camminandoci sopra, si possono ancora notare i numeri incisi su alcune pietre, silenziosi testimoni di quel viaggio incredibile. È una lezione di visione imprenditoriale e ingegneria audace, la prova che un’idea abbastanza coraggiosa può trasformare un problema ingombrante in un simbolo di rinascita. La storia del London Bridge dimostra che la creatività, unita alla tecnica, può davvero spostare le montagne. O, a quanto pare, anche i ponti.

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