Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, in un’Olanda appena liberata ma ancora ferita, il pittore Han van Meegeren finì al centro di un’indagine surreale. L’accusa era la più infamante per l’epoca: alto tradimento. Secondo gli investigatori, van Meegeren aveva venduto un capolavoro attribuito a Johannes Vermeer direttamente a Hermann Göring, uno dei più spietati gerarchi nazisti. Un tesoro nazionale nelle mani del nemico: un reato che, in quel clima di rabbia e giustizia sommaria, significava una sola cosa: la pena di morte.
Messo alle strette, van Meegeren giocò la sua unica, disperata carta. Fece una confessione che lasciò tutti a bocca aperta, ribaltando completamente il processo. “Non sono un traditore”, disse ai giudici. “Sono un falsario. Il quadro che Göring ha comprato con tanto orgoglio non è un Vermeer. È un falso perfetto, dipinto da me”. La sua ammissione era una sfida incredibile: per salvarsi dalla fucilazione, doveva dimostrare di essere un truffatore. Doveva provare la sua colpa minore, la frode, per sfuggire a quella capitale.
Per convincere un tribunale scettico, van Meegeren accettò una prova spettacolare: dipingere un nuovo “Vermeer” sotto sorveglianza, davanti a giudici, esperti e giornalisti. Rinchiuso in una stanza, si mise all’opera. Scelse un soggetto biblico, perfetto per la serie di finti Vermeer che aveva già messo in circolazione. Con una maestria sbalorditiva, iniziò a ricreare lo stile del maestro del Seicento, svelando i suoi segreti. Usava tele antiche, acquistate per pochi soldi e private della pittura originale. Recuperava chiodi e cornici d’epoca. Creava i suoi pigmenti mescolandoli con una resina sintetica che, una volta scaldata in forno, induriva il colore facendolo sembrare vecchio di secoli. Per imitare le sottili crepe della vernice invecchiata, le famose craquelure, piegava la tela e vi strofinava sopra dell’inchiostro di china, simulando lo sporco accumulato nel tempo. Era un’illusione meticolosa, un inganno costruito con una conoscenza chimica e storica che poteva fregare anche gli occhi più allenati.
La sua dimostrazione fu un successo clamoroso. Gli stessi esperti che anni prima avevano certificato come autentica la sua “Cena a Emmaus”, dovettero ammettere, umiliati, che van Meegeren aveva la tecnica per creare un falso convincente. Il verdetto fu inevitabile: venne assolto dall’accusa di alto tradimento e condannato per frode a una pena minima, solo un anno di carcere. Non lo scontò mai del tutto: un infarto lo stroncò poche settimane dopo la sentenza, nel 1947.
Ma perché lo aveva fatto? La radice del suo geniale inganno era il rancore. Van Meegeren era un pittore di talento, ma i critici d’arte del suo tempo lo avevano sempre ignorato, stroncando il suo stile tradizionale. Decise allora di vendicarsi dell’intero sistema, dimostrando quanto gli “esperti” fossero fallibili e suggestionabili. Scelse Vermeer perché era un artista con pochissime opere conosciute, un mito avvolto nel mistero. Inventò dipinti a tema religioso, un soggetto quasi assente nel catalogo del vero Vermeer, creando un “capitolo perduto” che gli storici dell’arte sognavano di trovare. La sua abilità non fu solo dipingere, ma capire la psicologia e i desideri di chi avrebbe giudicato il suo lavoro.
Il caso van Meegeren resta una delle storie più incredibili del mondo dell’arte. In seguito a questa vicenda, musei e storici introdussero tecniche scientifiche molto più rigorose per autenticare le opere, analizzando pigmenti, tele e datazione al carbonio. Ma a livello umano, rimane il paradosso di un uomo costretto a confessare un crimine per salvarsi la vita. E in un paese che aveva appena subito l’orrore dell’occupazione, la sua truffa ai danni del numero due del regime nazista lo trasformò in una figura quasi eroica: il falsario geniale che aveva beffato i nemici della nazione.
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