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Cospaia, la Repubblica Senza Tasse Nata per Errore e Sopravvissuta 400 Anni

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Immagina una linea sbagliata su una mappa, un semplice errore d’inchiostro che dà vita a una nazione. Non è la trama di un romanzo, ma la storia vera di Cospaia, un minuscolo fazzoletto di terra nella Valtiberina, al confine tra Toscana e Umbria. Per quasi quattrocento anni, questo villaggio ha vissuto come una repubblica indipendente, senza un esercito, senza leggi scritte e, soprattutto, senza tasse.

Tutto iniziò nel 1440. Lo Stato Pontificio e la Repubblica di Firenze stavano negoziando i loro confini. Per definire la linea di separazione, i delegati si accordarono di usare come riferimento un fiume. Il problema? Si confusero. Nelle vicinanze c’erano due corsi d’acqua con lo stesso nome, e per una banale distrazione geografica, una piccola striscia di terra di circa due chilometri quadrati non fu assegnata a nessuno. Legalmente, era diventata terra di nessuno.

Gli abitanti di quel lembo di terra, contadini e pastori, non attesero che la burocrazia correggesse l’errore. Colsero l’occasione al volo e si autoproclamarono repubblica. Nacque così la Repubblica di Cospaia, fondata su un unico, potente principio: “Perpetua et firma libertas” (Libertà perpetua e sicura). Non c’erano codici, tribunali o gendarmi. Le dispute si risolvevano parlandosi, riunendo i capifamiglia e affidandosi al buonsenso. Era una società basata sulla fiducia e sull’onore.

Questa assenza totale di regole fiscali trasformò Cospaia in un piccolo paradiso fiscale ante litteram. Mercanti, artigiani e contrabbandieri capirono subito il vantaggio: entrare e uscire con le merci senza pagare dazi, gabelle o dogane. Ma fu un prodotto in particolare a fare la fortuna della micro-repubblica: il tabacco. Quando nel XVI secolo la sua coltivazione venne introdotta in Italia, Papi e Granduchi la sottoposero a rigidi monopoli e divieti. A Cospaia, invece, cresceva liberamente. Il piccolo stato divenne uno dei primi e più fiorenti centri italiani di coltivazione del tabacco, sviluppando un’economia vivace che influenzava i commerci dell’intera valle.

La vita a Cospaia era semplice. La popolazione non superò mai le poche centinaia di anime. Non esisteva una moneta propria, ma si usavano quelle dei potenti vicini. Non c’erano prigioni, perché l’esclusione dalla comunità era una punizione ben peggiore. La sua forza non risiedeva in un esercito, che non ebbe mai, ma nella sua natura di cuscinetto neutrale e di zona franca naturale, utile sia al Papa che al Granduca di Toscana.

Ma le favole, anche quelle vere, prima o poi finiscono. All’inizio dell’Ottocento, l’epoca dei nazionalismi e degli stati centralizzati, un’anomalia come Cospaia non era più tollerabile. Il suo status di porto franco per merci di contrabbando, incluso il prezioso tabacco, infastidiva sempre di più le finanze dei suoi vicini. Il 26 giugno 1826, con un atto di sottomissione, i quattordici rappresentanti di Cospaia cedettero la repubblica allo Stato Pontificio e al Granducato di Toscana. Molti di loro, non sapendo scrivere, firmarono con una croce.

In cambio della loro libertà, ottennero una moneta d’argento papale come indennizzo e il permesso, speciale e simbolico, di continuare a coltivare mezzo milione di piante di tabacco. Oggi Cospaia è una tranquilla frazione del comune di San Giustino, ma la sua storia straordinaria sopravvive. È il racconto di come un errore possa generare un’opportunità e di come una piccola comunità, armata solo del desiderio di libertà, sia riuscita a costruire un mondo a parte per quasi quattro secoli.

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