Immagina una città affacciata sull’Adriatico, sferzata dal vento e dalla disperazione. È un luogo dove il profumo del mare si mescola all’odore acre del fumo e della paura. Siamo nel 1173 e Ancona sta vivendo il momento più buio della sua storia antica. Le truppe imperiali di Federico Barbarossa, guidate dallo spietato cristiamo di Magonza, hanno stretto d’assedio la città. Dal mare, le galere veneziane bloccano ogni via di fuga; da terra, l’esercito imperiale impedisce l’arrivo di provviste. L’obiettivo è chiaro: piegare per fame una popolazione libera e ribelle.
In questo scenario apocalittico, dove gli uomini sulle mura sono spettri smagriti e le forze vengono meno non per la spada, ma per il digiuno, emerge una figura che cambierà le sorti dello scontro. Non è un generale bardato di ferro, né un ricco mercante. È una donna del popolo. Il suo nome è Stamira (o Stamura), e la sua intuizione si rivelerà l’arma segreta di una resistenza impossibile.
Le cronache dell’epoca ci raccontano una realtà brutale: la città era allo stremo. Si narra che gli anconetani fossero ridotti a nutrirsi di cuoio bollito e di erbe selvatiche pur di non cedere. In questa crisi, Stamira comprese una verità fondamentale, quella che oggi chiameremmo logistica di guerra. Vide i soldati sulle mura vacillare, incapaci di scendere per cercare cibo o riposo senza lasciare sguarnite le difese. Se i difensori avessero abbandonato le posizioni anche solo per un’ora, la città sarebbe caduta.
Fu allora che scattò la scintilla. Stamira, con un coraggio che sfidava ogni convenzione del tempo, decise di portare la “cucina” o quel poco che ne restava, direttamente in prima linea. Radunò le donne della città, organizzando quella che potremmo definire la prima operazione di consegna pasti sotto assedio. Non c’era tempo per tavole imbandite; bisognava nutrire i combattenti sul posto, tra una freccia e l’altra.
Con le poche risorse rimaste — forse zuppe calde, brodi ricavati da scorte nascoste o quel poco di legumi e vino che si riusciva ancora a trovare — Stamira e le donne di Ancona iniziarono un incessante viavai verso le mura. Immagina la scena: mentre le frecce sibilavano sopra le loro teste, queste donne correvano con anfore e ciotole, portando calorie ed energia vitale a chi stava per crollare. Fu un gesto di un’efficienza straordinaria. I soldati mangiavano in piedi, con gli occhi fissi sul nemico, riprendendo vigore all’istante.
Questa strategia, semplice ma geniale, trasformò la debolezza in forza. Quello che accadde fu un vero e proprio miracolo organizzativo: il cibo divenne munizione. Ma la leggenda di Stamira non si ferma qui. La storia, quella vera riportata dai cronisti come Boncompagno da Signa, ci dice che il suo ardore non si limitò al supporto logistico. Caricata dall’adrenalina e dall’amore per la sua città, Stamira compì l’atto decisivo che la rese immortale.
Vedendo una minacciosa macchina d’assedio nemica avvicinarsi alle mura, uscì allo scoperto. Armata di una scure e di una torcia (o forse usando resina e fuoco), si lanciò contro la struttura di legno sotto una pioggia di colpi. Con un’audacia incredibile, riuscì a incendiare la macchina da guerra, distruggendo il simbolo della potenza imperiale e galvanizzando i difensori. Quel fuoco non bruciò solo il legno, ma riaccese la speranza dell’intera città.
Ancona resistette. Grazie a quella catena umana di rifornimento e al sacrificio eroico di una donna, l’assedio alla fine fu spezzato. La storia di Stamira ci insegna qualcosa di potentissimo: la vittoria non appartiene solo a chi maneggia la spada, ma a chi sa nutrire la resistenza. Che si tratti di portare una zuppa calda su una muraglia tremante o di brandire una torcia contro un impero, la lezione è la stessa: l’ingegno pratico e il coraggio di una singola persona possono cambiare il destino di tutti. In quei giorni di fame e gloria, Stamira non inventò solo un metodo di sopravvivenza; inventò la libertà di Ancona.
Potrebbe interessarti:






