New York, inverno del 1908. Immaginate una metropoli avvolta dal freddo e dal vapore, dove le sale dei ristoranti brillano sotto la luce tremolante delle lampade a gas e il frastuono di carrozze e tram riempie le strade. In questa città in rapida evoluzione, le regole sociali sono rigide come l’acciaio dei nuovi grattacieli: esiste un codice non scritto secondo cui gli uomini possono godere di ogni vizio, mentre le donne devono incarnare la purezza. È in questo clima che il Consiglio comunale, guidato da Timothy Sullivan, approva una norma destinata a scatenare il caos: la famigerata Ordinanza Sullivan.
Il testo della legge è un attacco diretto alla libertà personale: vieta categoricamente ai proprietari di locali pubblici di permettere alle donne di fumare al loro interno. Non si tratta di una questione di salute pubblica, ma di morale. È un messaggio politico chiaro su chi possiede il diritto di disporre del proprio corpo e dei propri gesti in pubblico. Ma la storia prende una piega inaspettata solo 24 ore dopo l’approvazione della legge, grazie al coraggio di una donna comune.
Il giorno successivo all’entrata in vigore del divieto, accade l’impensabile. Una donna irlandese di nome Katie Mulcahey accende una sigaretta. Non lo fa nascosta in un vicolo buio, ma alla luce del sole. Un agente di polizia, zelante nell’applicare la nuova morale cittadina, la ferma immediatamente. Katie viene trascinata davanti a un giudice e condannata a pagare una multa di 5 dollari, una somma non indifferente per l’epoca. Il motivo? Aver violato il decoro pubblico.
Qui emerge il paradosso storico che rende questa vicenda assurda: l’ordinanza puniva tecnicamente i gestori dei locali, non le fumatrici, e si riferiva agli spazi chiusi. Katie, invece, era stata fermata per un gesto compiuto in un contesto che la legge non copriva con chiarezza. L’arresto non era l’applicazione di una norma, ma un puro atto di prepotenza maschile. Quando il giudice le chiede conto del suo comportamento, la Mulcahey pronuncia una frase che risuona potente ancora oggi: “Nessun uomo ha il diritto di dirmi cosa posso o non posso fare”.
Queste parole semplici mettono a nudo l’ipocrisia del sistema. Non è una questione di fumo, è una questione di controllo. La stampa si getta sulla notizia come un predatore. Editoriali di fuoco e vignette satiriche invadono i giornali: per molti l’idea di un divieto specifico per le donne è ridicola e inapplicabile; per altri, è l’ultimo disperato tentativo di frenare l’avanzata del movimento suffragista e delle donne moderne che reclamano i loro spazi. New York si spacca in due. Nei salotti e per le strade non si parla d’altro. Le donne si dividono, ma molte iniziano a vedere quella sigaretta non come un vizio, ma come una piccola torcia di autonomia.
La pressione pubblica diventa insostenibile. Gli uomini stessi, o almeno i più lungimiranti, si rendono conto dell’incoerenza di una regola che punisce il genere invece del comportamento. L’esperimento fallisce miseramente: dopo appena due settimane, il sindaco di New York, George B. McClellan Jr., è costretto a porre il veto all’ordinanza. La legge viene cancellata, spazzata via come cenere al vento, dimostrandosi un tentativo maldestro di una cultura che non riusciva ad accettare le donne come soggetti liberi.
Tuttavia, quella breve fiammata accesa da Katie Mulcahey ha illuminato il futuro. All’inizio del Novecento, fumare in pubblico divenne un gesto carico di significato politico: parlava di uguaglianza e del diritto di esistere negli stessi spazi degli uomini. Non è un caso che, pochi anni dopo, negli anni Venti, l’immagine della “flapper” con la sigaretta diventerà un’icona globale. Le grandi aziende del tabacco sfrutteranno poi questo desiderio di libertà per il marketing, ma la radice della protesta era autentica.
La vicenda ci lascia con una riflessione amara ma necessaria. Mentre New York approvava norme scientifiche contro lo sputare per strada per tutelare l’igiene di tutti, con l’Ordinanza Sullivan scelse di colpire solo le donne. Questa asimmetria ci ricorda che le leggi, spesso presunte neutrali, possono nascondere profondi pregiudizi culturali. La vittoria di Katie fu piccola, ma fondamentale: dimostrò che il dissenso pubblico e il coraggio individuale possono abbattere norme ingiuste. La sua sigaretta durò pochi minuti, ma il messaggio di libertà che portava con sé non si è mai spento.
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