Questa è una storia che sembra uscita da un racconto dell’orrore, eppure è drammaticamente vera. Per secoli, un elegante e apprezzato colore bruno, chiamato Marrone Mummia o Mummy Brown, è stato creato macinando vere mummie egizie. E non solo umane: navi cariche di mummie di animali, soprattutto gatti, arrivavano in Europa per essere trasformate in pigmento. Il risultato era una tonalità calda e trasparente, unica nel suo genere, perfetta per creare ombre e profondità. Un colore che ha sedotto generazioni di pittori, ma che nasconde una storia tanto affascinante quanto inquietante.
Per capire come sia stato possibile, dobbiamo tornare a quando la parola “mumia” non indicava un corpo, ma una sostanza preziosa. Dal Medioevo al Rinascimento, in Europa si usava la cosiddetta “mumia” come farmaco, una mistura a base di bitume e resine. Con la crescente egittomania, però, si iniziò a polverizzare anche materiale proveniente da vere mummie. Fu così che alcuni produttori di colori unirono questa macabra tradizione alle necessità dell’arte. Crearono un pigmento mescolando frammenti di bende e resti mummificati con oli e resine. Il colore che ne derivava era un bruno profondo e semi-trasparente, ideale per realizzare velature morbide, incarnati realistici e atmosfere cariche di mistero.
Il fascino per l’antico Egitto, esploso tra il Settecento e l’Ottocento, fu decisivo. Le spedizioni archeologiche e la curiosità del pubblico trasformarono le mummie in un’esotica merce. Oltre a finire nei musei o nei salotti privati per le “cerimonie di sbendatura”, un’enorme quantità di resti finiva nelle botteghe dei pigmenti. È documentato un commercio di migliaia di mummie di gatto, usate in parte come fertilizzanti e, in parte, proprio per produrre il Marrone Mummia. Ai pittori piaceva perché era morbido e incredibilmente trasparente, una qualità preziosa nelle tecniche a olio, dove gli strati di colore sovrapposti devono lasciar trasparire la luce per creare profondità.
Tuttavia, questo pigmento nascondeva un segreto insidioso non solo nella sua origine. Dal punto di vista chimico, era instabile. La presenza di materiali organici e bitume lo rendeva soggetto a screpolature, annerimenti e deterioramento nel tempo. Molti quadri dell’Ottocento con ampie zone scure mostrano oggi danni attribuiti proprio a pigmenti bituminosi come il Marrone Mummia. Qui, la scienza dei materiali incontra la storia dell’arte: l’effetto estetico immediato era seducente, ma la sua durata era una scommessa persa.
Con il tempo, anche la sensibilità morale cambiò. Verso la fine dell’Ottocento, molti artisti iniziarono a provare repulsione all’idea di dipingere con resti umani. È celebre l’aneddoto del pittore preraffaellita Edward Burne-Jones, che, una volta scoperta la vera natura del suo tubetto di Marrone Mummia, lo seppellì in giardino con una sorta di funerale improvvisato. Allo stesso tempo, le scorte iniziarono a scarseggiare. Le mummie non erano infinite e la crescente coscienza archeologica pose fine a questo mercato. Un noto fornitore di colori di Londra dichiarò di aver “esaurito l’ultima mummia” solo a metà degli anni Sessanta del Novecento. Da quel momento, il nome Mummy Brown è rimasto solo come una curiosità storica.
Oggi, quando si trova un colore con questo nome, si tratta di una tonalità sintetica, creata con miscele di ossidi e terre, del tutto etica e sicura. La chimica moderna, infatti, permette di imitare qualsiasi sfumatura con risultati stabili e duraturi, senza ricorrere a pratiche macabre. La storia del Marrone Mummia è un viaggio incredibile all’incrocio tra arte, scienza e cultura. Ci dimostra che la tavolozza di un pittore è il riflesso di mode, scambi commerciali e, soprattutto, di scelte etiche. E ci ricorda che, a volte, dietro la bellezza di un’opera d’arte possono nascondersi storie scomode e straordinarie, capaci di cambiare per sempre il nostro sguardo.
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