La mattina del 3 settembre 1967 la Svezia compì un’impresa che a prima vista pareva impossibile: spostò l’intera circolazione stradale dalla sinistra alla destra in un solo colpo. Quel giorno è passato alla storia come Dagen H, dove la “H” sta per Höger, ovvero “destra” in svedese. Non fu un esperimento limitato né una mezza misura: un intero Paese decise di stravolgere un’abitudine quotidiana radicata — come affrontare una curva, da che lato sorpassare, dove attendere l’autobus — e lo fece nel corso di una singola notte.
Per comprendere le ragioni di questo cambiamento epocale, bisogna fare un passo indietro. Storicamente, la Svezia aveva la guida a sinistra, ma dagli anni Cinquanta la maggior parte delle auto in circolazione possedeva il volante a sinistra, esattamente come nel resto dell’Europa continentale. Questo creava un paradosso estremamente pericoloso: guidando a sinistra ma sedendo a sinistra, la visibilità durante i sorpassi era pessima e il rischio di incidenti frontali altissimo. Inoltre, tutti i Paesi confinanti — Norvegia e Finlandia — guidavano già a destra. Il risultato era un confine stradale dove bisognava “invertire la mente” ad ogni valico, causando costanti disagi.
Eppure, il popolo non ne voleva sapere. In un referendum del 1955, una schiacciante maggioranza votò contro il cambiamento. Il Parlamento svedese, tuttavia, guardando ai dati sulla sicurezza stradale e all’integrazione europea, prese una decisione impopolare ma necessaria: si cambia comunque. La data fu fissata per il 1967 e iniziò una preparazione maniacale.
Cosa significa, concretamente, cambiare il senso di marcia di una nazione intera? Significa ridisegnare incroci, spostare fermate dei mezzi pubblici, riposizionare isole pedonali, ruotare semafori, ricoprire migliaia di vecchi cartelli e installarne di nuovi, ripassare chilometri di segnaletica orizzontale. Fu necessario aggiornare migliaia di autobus, modificando la disposizione delle porte, e istruire chiunque, dai camionisti professionisti agli scolari. Fu una gigantesca operazione di ingegneria e psicologia di massa che coinvolse decine di migliaia di persone, dalle squadre stradali all’esercito, con un piano quasi militare.
Il governo curò ogni dettaglio. La chiave non era solo spostare il traffico, ma farlo senza scatenare il panico. Partì una campagna di comunicazione capillare: il simbolo “H” apparve ovunque, dai manifesti televisivi alle confezioni del latte, fino alla biancheria intima. Le scuole organizzarono lezioni dedicate e la radio trasmise un conto alla rovescia in diretta. L’obiettivo era trasformare l’ignoto in qualcosa di familiare ancor prima che accadesse.
Poi arrivò la notte decisiva. Per diverse ore la circolazione fu limitata al minimo essenziale. Alle 4:50 del mattino accadde la scena che oggi appare surreale: in tutto il Paese, ovunque ci fossero veicoli in movimento, scattò l’ordine di ALT. Gli automobilisti si fermarono, si spostarono con estrema cautela dall’altra parte della carreggiata e attesero in silenzio. Alle 5:00 in punto, arrivò il via libera. Le squadre operative scoprirono i nuovi cartelli, svelarono le frecce corrette e i semafori ripresero a funzionare. La Svezia si risvegliò con gli autobus che aprivano le porte sul lato del marciapiede e le rotatorie da percorrere in senso antiorario.
Tutti si aspettavano il caos totale. Le previsioni più pessimistiche parlavano di ingorghi paralizzanti e incidenti a catena. Invece, accadde l’opposto: i primi giorni furono sorprendentemente ordinati. Gli automobilisti, consapevoli del pericolo e della novità, guidarono con una prudenza esemplare. Nei mesi successivi, il numero degli incidenti calò drasticamente. Gli studiosi lo chiamano effetto novità: quando il contesto cambia radicalmente, le persone alzano il livello di attenzione e riducono gli errori automatici.
Il successo del Dagen H risiedeva nella combinazione perfetta tra logistica e psicologia. Non bastava preparare fisicamente le strade; bisognava preparare le menti. Rendere ogni cittadino parte attiva del cambiamento, attraverso messaggi chiari e un “rituale” condiviso (lo stop delle 4:50), fu la mossa vincente. Senza quell’investimento culturale, nessuna perfezione ingegneristica avrebbe retto alla prima curva.
Il 3 settembre 1967 non è solo una data curiosa sul calendario, ma la prova che anche le abitudini più radicate possono essere scardinate con metodo, creatività e disciplina. Da allora, il “D-Day del traffico” svedese è citato come esempio mondiale di gestione del cambiamento. In quei dieci minuti di silenzio, tra le 4:50 e le 5:00, la Svezia dimostrò che se progetti bene e prepari le persone, persino l’ordine del mondo — o almeno il lato della strada — può cambiare senza sbandare.
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