Era il 5 ottobre 1960, un mercoledì qualunque che rischiò di diventare l’ultimo giorno della storia umana. Nel cuore ghiacciato della Groenlandia, presso la base aerea di Thule, era appena entrato in funzione un mostro tecnologico: il BMEWS (Ballistic Missile Early Warning System). Questo sistema radar ciclopico, grande quanto un campo da calcio, aveva un unico scopo: individuare un eventuale attacco nucleare sovietico con un anticipo sufficiente per permettere agli Stati Uniti di lanciare una devastante rappresaglia.
All’improvviso, gli schermi di controllo impazzirono. I monitor segnalarono un evento che nessuno voleva vedere: un massiccio sciame di oggetti in avvicinamento rapido sopra la Norvegia. Il computer, un cervello elettronico grande come una stanza ma con una potenza di calcolo ridicola rispetto a uno smartphone moderno, sputò una sentenza terrificante: livello di certezza 99,9%. Secondo la macchina, l’Unione Sovietica aveva appena lanciato un attacco su vasta scala. La Terza Guerra Mondiale non era più un’ipotesi, ma una realtà in arrivo tra venti minuti.
Il panico si diffuse istantaneamente lungo le linee sicure che collegavano Thule al comando del NORAD in Colorado. I generali fissavano i dati increduli. Il protocollo era chiaro: in caso di attacco confermato, la risposta doveva essere immediata e totale. I bombardieri strategici erano pronti a decollare, i silos missilistici pronti ad aprirsi. Eppure, nel caos di sirene e luci lampeggianti, un ufficiale mantenne una lucidità glaciale, ponendosi una domanda fondamentale che la tecnologia non poteva formulare.
La domanda era semplice ma decisiva: perché Nikita Krusciov avrebbe lanciato un attacco proprio ora? Il leader sovietico, infatti, si trovava fisicamente a New York per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Che senso aveva per l’URSS disintegrare gli Stati Uniti mentre il loro stesso Capo di Stato si trovava nel centro del bersaglio? Era una mossa suicida e illogica, persino per i paranoici standard della Guerra Fredda. Questo dubbio umano fermò la mano che stava per premere il bottone rosso.
Mentre gli uomini esitavano, arrivò la conferma tecnica. Non c’erano missili. Il radar, potentissimo e in grado di guardare oltre l’orizzonte, aveva intercettato un oggetto enorme che sorgeva proprio in quella traiettoria: la Luna. Il sistema era stato programmato per cercare oggetti in arrivo, ma nessuno aveva pensato di inserire un filtro per ignorare il nostro satellite naturale. Quando la Luna sorse quel pomeriggio, i suoi echi radar ingannarono il computer, che interpretò quel segnale immenso come dozzine di testate nucleari in arrivo. Bastò una semplice modifica al software per “insegnare” alla macchina a ignorare la Luna.
Spesso si racconta che una parte del problema fosse legata a interferenze o leggende urbane su insegne al neon in Alaska, ma i documenti declassificati confermano che il vero colpevole fu proprio il corpo celeste più romantico del cielo. Quel giorno, la combinazione tra una tecnologia imperfetta e la geometria astronomica creò l’illusione della fine del mondo.
Questo evento non fu isolato. La storia dell’era atomica è costellata di falsi allarmi. Nel 1979, un nastro di simulazione inserito per errore in un computer del NORAD fece credere agli operatori che un attacco fosse in corso. Nel 1980 un chip difettoso del costo di pochi centesimi scatenò un altro panico. E il più famoso di tutti, l’incidente del 1983, quando il tenente colonnello sovietico Stanislav Petrov, di fronte a un allarme satellitare che segnalava missili americani, scelse di fidarsi del suo istinto piuttosto che dei monitor, salvando il mondo dalla distruzione.
La lezione del 5 ottobre 1960 rimane potentissima. La tecnologia ci offre occhi e orecchie straordinari, ma manca del giudizio. In quel giorno d’autunno, la salvezza non arrivò da un algoritmo più veloce, ma dalla capacità tipicamente umana di dire: “Aspettiamo un attimo, questo non ha senso”. Fu il fattore umano, con i suoi dubbi e la sua logica, a impedire che un’alba lunare si trasformasse in un inverno nucleare.
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