Immagina il cielo notturno di fine anni ’50. L’umanità è appena entrata nell’era spaziale e lo Sputnik, il primo satellite artificiale della storia, brilla come un punto luminoso sopra le teste di milioni di persone. Quel piccolo oggetto sovietico non era solo un traguardo scientifico: era un segnale politico potentissimo, un messaggio di superiorità tecnologica rivolto al mondo intero. Negli Stati Uniti, lo shock fu un colpo durissimo. E tra le risposte più incredibili mai concepite c’è un’idea che sembra uscita da un romanzo di fantascienza: far esplodere una bomba atomica sulla Luna.
Quel piano esistette davvero e aveva un nome in codice: Progetto A119. Era top-secret e fu avviato nel 1958, nel cuore della Guerra Fredda. Lo scopo non era scientifico, ma pura psicologia militare. L’idea era creare un lampo accecante visibile dalla Terra, uno “spettacolo” atomico sulla superficie lunare per impressionare l’opinione pubblica, rassicurare gli alleati e mandare un messaggio di terrore all’Unione Sovietica. In altre parole, usare il nostro satellite naturale come palcoscenico per la propaganda di potenza.
Il piano prevedeva di lanciare un missile balistico intercontinentale con una testata nucleare leggera, poiché il peso era un fattore critico per raggiungere la Luna con la tecnologia dell’epoca. Si pensava di farla detonare vicino al “terminatore”, la linea che separa la parte illuminata della Luna da quella in ombra. La speranza era che il contrasto rendesse l’esplosione talmente vivida da essere visibile a occhio nudo dalla Terra. Ai calcoli per questo folle progetto partecipò anche un giovane scienziato destinato a diventare una leggenda: Carl Sagan. Anni dopo, la sua partecipazione emerse dai documenti declassificati, aggiungendo un capitolo sorprendente alla biografia di uno dei più grandi divulgatori scientifici del mondo.
Se l’idea sembra folle, è perché lo era, e non solo dal punto di vista etico. Gli stessi scienziati coinvolti sollevarono subito enormi problemi. Primo: la Luna non ha atmosfera, quindi l’iconica “palla di fuoco” nucleare non si sarebbe formata. L’effetto visivo sarebbe stato un semplice lampo, molto meno spettacolare di quanto immaginato dai militari. Secondo, il rischio tecnologico era immenso. Un guasto al lancio o un errore di traiettoria avrebbero potuto far ricadere la testata nucleare sulla Terra, con conseguenze catastrofiche. Terzo, la contaminazione radioattiva. In un’epoca in cui si iniziava a sognare le missioni umane sulla Luna, contaminarne la superficie avrebbe compromesso per sempre l’esplorazione futura.
Infine, c’era la dimensione politica. Anche se all’epoca non esistevano ancora, nel decennio successivo sarebbero nati trattati internazionali come il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, che vieta esplicitamente di collocare armi nucleari nello spazio e su altri corpi celesti. Trasformare la Luna in un poligono di tiro atomico avrebbe aperto una strada pericolosissima per il futuro dell’umanità.
Curiosamente, anche l’Unione Sovietica aveva accarezzato un’idea simile, nome in codice Progetto E-4. Anche loro, però, abbandonarono il piano per le stesse ragioni: rischi altissimi, difficoltà tecniche e uno scarso valore pratico. Questo ci ricorda quanto la Corsa allo Spazio non fosse solo una gara di ingegneria, ma una disperata ricerca di simboli e gesti plateali per dimostrare la propria forza.
Alla fine, il Progetto A119 fu cancellato. Gli Stati Uniti scelsero un’altra via, molto più potente, per dimostrare la propria superiorità: quella delle missioni umane. Con il programma Apollo, culminato nel 1969 con i primi passi dell’uomo sulla Luna, il mondo non assistette a un atto di distruzione, ma a un’impresa di esplorazione che ispira ancora oggi. La Storia, per fortuna, scelse un’altra strada: mostrare al mondo cosa si può ottenere quando la scienza lavora per comprendere, non per spaventare.
Ripensare al Progetto A119 ci insegna quanto la tecnologia possa essere usata per unire o per dividere e quanto l’etica e la prudenza siano fondamentali nelle grandi decisioni. La Luna, oggi, è il simbolo della curiosità e della conoscenza umana: un libro aperto, non un bersaglio. E forse questo è il messaggio più potente che la Corsa allo Spazio ci ha lasciato.
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