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Tycho Brahe il Genio con il Naso di Metallo che Rivoluzionò l’Astronomia e Morì per Educazione

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La storia di Tycho Brahe sembra uscita da un romanzo, e invece è tutta vera, con il suo incredibile mix di genio, bizzarrie e un finale talmente assurdo da restare impresso. Nato nel 1546 in Danimarca, Tycho è stato uno dei più grandi astronomi di tutti i tempi. In un’epoca che ancora non conosceva i telescopi, lui costruì strumenti colossali e di una precisione sconcertante per misurare il cielo. Grazie a lui, l’astronomia passò dall’essere l’arte del “guardare” alla scienza rigorosa del “misurare”.

Ma la sua fama non è legata solo ai risultati scientifici. A vent’anni, durante una festa universitaria nel 1566, una lite furibonda con un parente per una formula matematica sfociò in un duello alla spada. L’esito fu drastico: perse una parte del naso. Da quel giorno, per tutta la vita, indossò una protesi metallica. La leggenda narra che fosse d’oro o d’argento, ma analisi moderne sui suoi resti hanno svelato che era più probabilmente di ottone, fissata al volto con una pasta adesiva. Quel naso finto divenne un tratto distintivo del personaggio, un nobile eccentrico che trasformò l’isola di Hven, donatagli dal re, nel suo personale regno del cielo. Qui costruì Uraniborg e Stjerneborg, due fantascientifici osservatori-castello, dotati di quadranti e sestanti giganteschi, dove ogni stella veniva studiata con una precisione mai vista prima.

I suoi risultati cambiarono per sempre la visione del cosmo. Nel 1572 osservò una “stella nuova”, quella che oggi chiamiamo supernova: un lampo accecante nel firmamento che demolì la teoria millenaria di un cielo perfetto e immutabile. Pochi anni dopo, nel 1577, studiando la traiettoria di una cometa, dimostrò che questa attraversava le orbite dei pianeti. Quest’osservazione frantumò l’idea delle “sfere cristalline” solide su cui si pensava fossero incastonati i pianeti. Per spiegare l’Universo, propose un modello intermedio tra quello di Tolomeo e quello di Copernico: la Terra immobile al centro, il Sole che le girava attorno e tutti gli altri pianeti che, a loro volta, orbitavano attorno al Sole. Non era il modello corretto, ma si basava su dati così precisi da spianare la strada a chi sarebbe venuto dopo di lui.

Il suo erede più illustre fu Johannes Kepler, che lavorò come suo assistente nell’ultima fase della sua vita, a Praga. Dopo la morte di Tycho, Kepler riuscì (non senza difficoltà) a mettere le mani su quel tesoro inestimabile di dati. Furono proprio quelle meticolose osservazioni il carburante che gli permise di formulare le sue tre rivoluzionarie leggi del moto planetario, scoprendo che le orbite non erano cerchi perfetti, ma ellissi. In altre parole, la precisione quasi ossessiva di Tycho fu la chiave che aprì le porte della fisica moderna.

E poi c’è il finale, la parte della sua storia che sfida ogni logica. Nel 1601, mentre partecipava a un lungo e sontuoso banchetto alla corte dell’imperatore Rodolfo II a Praga, Tycho sentì un bisogno urgente e doloroso di andare in bagno. Ma la ferrea regola dell’etichetta di corte proibiva a chiunque di alzarsi da tavola prima del sovrano. Per un eccesso di buona educazione e per non offendere il suo ospite, rimase seduto, trattenendosi per ore in un’agonia silenziosa. Tornato a casa, si ammalò gravemente. Morì undici giorni dopo tra atroci sofferenze. Per secoli si è raccontato che gli fosse “scoppiata” la vescica; oggi i medici ritengono più probabile che il prolungato sforzo abbia causato un blocco fatale, seguito da un’acuta infezione urinaria e insufficienza renale. Che sia stata una rottura o un’infezione, il punto non cambia: un codice sociale assurdo contribuì direttamente alla sua morte.

Tycho Brahe resta l’emblema di un’epoca di transizione. Un nobile con un naso di metallo che inseguiva la perfezione matematica, che misurava l’infinito mentre viveva incatenato a regole grottesche. La sua vita ci ricorda che la scienza è fatta da persone vere: geniali, piene di contraddizioni, capaci di imprese gloriose e di fragilità profondamente umane. E che a volte, tra una stella nuova e una cometa, il destino si compie nel silenzio ostinato di chi, a tavola, non osa offendere un re.

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