Siamo a Parigi, gennaio 1793. La monarchia è caduta, la guerra infuria ai confini e la giovane Repubblica Francese vive giorni di fuoco. Al centro della tempesta c’è lui: Luigi XVI, il re deposto, processato dalla Convenzione Nazionale per l’accusa più infamante: alto tradimento. La sua colpa è data quasi per certa. Ma la vera domanda, quella che fa tremare i polsi alla storia, non è se sia colpevole, ma quale debba essere la sua pena. Esilio? Prigione a vita? O la morte?
La decisione non viene presa in segreto. Si vota con l’“appel nominal”: ogni deputato, chiamato per nome, deve alzarsi e dichiarare la sua scelta davanti a tutti. La sala è gremita, tesa, illuminata da candele che proiettano ombre danzanti. Siamo nel cuore pulsante della Rivoluzione, e la scena ha una potenza teatrale indimenticabile.
Il voto non è unico, ma una procedura complessa. Prima si respinge la proposta dei moderati di affidare la decisione a un referendum popolare. La responsabilità resta sulle spalle dei deputati. Poi, si arriva al cuore del dramma: la scelta della pena. È qui che nasce la leggenda del “singolo voto”.
Al termine di un conteggio durato un’intera notte, il risultato è sconvolgente: la condanna a morte senza condizioni ottiene esattamente la maggioranza assoluta richiesta. 361 voti. Un solo voto in meno, e non ci sarebbe stata una maggioranza per l’esecuzione immediata. La storia avrebbe potuto prendere un’altra strada: l’esilio, il carcere. È questo il dettaglio che ha alimentato il mito della Francia che decise il destino del suo re per un solo voto.
Tuttavia, c’è un dettaglio cruciale. Subito dopo, la Convenzione vota sulla possibilità di rinviare l’esecuzione. Questa volta, la proposta di rinvio viene respinta con un margine molto più ampio. In altre parole, se la condanna a morte immediata passò per un soffio, la volontà di non concedere altro tempo al re fu molto più netta. Una sottigliezza che rivela la complessità e la tensione di quel momento.
Tra i votanti, una voce gela la sala: è quella di Philippe-Égalité, cugino del re. Il suo secco “morte” risuona come un tradimento nel tradimento, un principe del sangue che taglia ogni ponte con il passato. In totale contrasto, l’eroe della rivoluzione americana Thomas Paine, anche lui deputato, vota contro la pena capitale. Propone l’esilio, immaginando il re bandito negli Stati Uniti, un finale radicalmente diverso per evitare di creare un martire.
La stessa esecuzione è un simbolo rivoluzionario. La ghigliottina, strumento da poco introdotto, era stata promossa come una forma di morte “uguale per tutti”, rapida e moderna, che aboliva i privilegi della nobiltà anche di fronte al boia. E il voto per arrivarci fu una vera e propria maratona psicologica, durata più di 24 ore. Deputati lacerati salirono sul podio non solo per dire “morte” o “vita”, ma per giustificare la loro scelta con discorsi appassionati, definendo la natura stessa della nuova Repubblica. Come disse il giovane e implacabile Saint-Just: “Non si può regnare innocentemente”.
Quando l’alba del 21 gennaio 1793 illumina una Parigi gelida, la decisione è legge. Luigi XVI sale sul patibolo nell’odierna Place de la Concorde. Tenta di parlare alla folla, ma il rullare dei tamburi soffoca le sue ultime parole. La lama cala. La testa di un re cade nel cesto. La storia ha svoltato.
Perché questa storia ci affascina ancora? Perché, al di là dei miti, ci mostra la fredda e terribile potenza delle istituzioni. In un mondo di rivolte e guerre, fu un voto – pubblico, contato, rituale – a decidere un destino. Ci ricorda che il corso della storia può davvero dipendere da una manciata di voci, e che l’ingranaggio della politica, a volte, è tanto decisivo quanto fragile. Quel singolo voto non decise solo una condanna, ma segnò il punto di non ritorno di un’intera epoca, affermando un principio devastante e nuovo: la legge, espressa dai rappresentanti del popolo, era ormai più forte del Re.
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