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Cattività Avignonese: Quando il Papato Abbandonò Roma per una Prigione Dorata

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Non ci furono catene né un vero sequestro, ma un filo invisibile legò il Papato alla Francia per quasi settant’anni. All’inizio del Trecento, tra risse di strada, assassinii politici e lotte feroci tra famiglie nobili, Roma era una polveriera. In quello stesso periodo, il re di Francia era all’apice della sua potenza e guardava con impazienza al potere indipendente dei Papi. Il risultato fu una scelta clamorosa: nel 1309, il Papa trasferì la sua corte ad Avignone, sulle rive del Rodano. Cominciava così la Cattività Avignonese.

Tutto prese forma dopo lo scontro fra papa Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo il Bello. La disputa su tasse e potere finì nel celebre “schiaffo di Anagni”, un’umiliazione che rivelò la fragilità politica del Papato. Il successore, Clemente V, un francese, preferì non raggiungere la turbolenta Roma e si insediò ad Avignone. Sebbene la città non fosse ancora territorio francese, il suo orizzonte era dominato dalla politica, dai nobili e dagli eserciti di Parigi. E questo cambiò tutto.

Ad Avignone nacque una corte papale nuova: sofisticata e ricchissima. Il Palazzo dei Papi, ancora oggi una delle più grandi architetture gotiche d’Europa, era una fortezza regale con mura imponenti, sale affrescate, cucine profumate di spezie e biblioteche piene di manoscritti. La Curia divenne una macchina burocratica efficiente, che gestiva un flusso enorme di potere e denaro. Per molti osservatori, fu l’inizio di una spirale di corruzione: favori, cariche vendute, una burocrazia che sembrava mettere un prezzo alla grazia e alla giustizia.

È facile capire perché tanti parlarono di “gabbia dorata”. Il lusso e la sicurezza di Avignone proteggevano i Papi dalle violenze romane, ma li allontanavano dai problemi reali della cristianità. La Curia parlava francese, i cardinali erano in gran parte francesi e le decisioni più importanti apparivano orientate a favorire Parigi. In un’Europa lacerata da conflitti, questa parzialità scatenò reazioni a catena. Nel frattempo, la peste nera (1347–1351) sconvolgeva il continente, e la richiesta di consolazione spirituale si scontrava con l’immagine di una corte sfarzosa e distante.

Non mancarono però voci coraggiose che chiedevano il ritorno a Roma. Tra queste spiccava Caterina da Siena, che con lettere appassionate e viaggi insistette perché i Papi tornassero nella loro sede storica. Fu Gregorio XI a compiere il passo decisivo, riportando la corte a Roma nel 1377. Sembrava la fine di una lunga parentesi. In realtà, era solo la quiete prima della tempesta.

Alla morte di Gregorio XI, scoppiò il caos. Il conclave, sotto la pressione del popolo romano, elesse un papa italiano. I cardinali francesi, però, contestarono l’elezione, ne tennero una seconda e scelsero un antipapa, che tornò ad Avignone. Fu l’inizio del Grande Scisma d’Occidente. La cristianità si spaccò in due, con due Papi rivali, ognuno convinto di essere il legittimo successore di Pietro e pronto a scomunicare l’altro e i suoi seguaci. L’Europa si divise lungo linee politiche: alcune nazioni seguirono Roma, altre Avignone. Un concilio a Pisa nel 1409 tentò di risolvere la crisi eleggendo un terzo papa, ma il risultato fu solo quello di avere, per un periodo, tre Papi contemporaneamente.

Servì il grande Concilio di Costanza (1414–1418) per ricomporre lo strappo. Dopo deposizioni e negoziati estenuanti, fu eletto un papa unico, Martino V, e la normalità tornò lentamente. L’ultimo papa avignonese, Benedetto XIII, rifiutò di dimettersi e finì i suoi giorni isolato su una rocca a Peñíscola, in Spagna: un’immagine potente della parabola di quel periodo, dall’opulenza del Rodano alla solitudine di una fortezza sul mare.

Cosa resta oggi della Cattività Avignonese? Una lezione sulla distanza tra potere spirituale e politico. Quel trasferimento, pensato per proteggere la Chiesa, la rese dipendente da una monarchia, esponendola a uno scisma devastante. Ma rafforzò anche l’idea che un’assemblea di vescovi, un concilio, potesse avere l’autorità di correggere la rotta della Chiesa. E rimase, nel cuore dell’Europa, il ricordo di un palazzo immenso che pareva una reggia ma che per molti fu la prigione dorata della cristianità.

Oggi il Palazzo dei Papi di Avignone svetta ancora, monumentale. Camminando nelle sue sale, si può quasi sentire la vita febbrile di una corte che amministrava l’Europa tra sigilli di cera e pergamene, tra banchetti e penitenze, tra devozione e calcolo politico. È la testimonianza fisica di un’epoca in cui il Papato, per salvarsi dal caos, scelse un rifugio sicuro, e in quel rifugio rischiò di smarrire se stesso. Una storia che spiega perché, a volte, la sicurezza può essere la più insidiosa delle gabbie.

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