Può un occhio umano funzionare esattamente come una macchina fotografica e conservare, impressa sulla retina, l’ultima immagine vista prima di morire? Questa domanda, che oggi sembra uscita da un film di fantascienza, tra il XIX e il XX secolo è stata oggetto di studi serissimi e rigorosi. Il fenomeno ha un nome preciso: optogramma. Si tratta dell’idea che la nostra retina agisca come una pellicola fotosensibile, capace di “fissare” chimicamente un fotogramma della realtà.
Tutto nasce da una scoperta reale e affascinante avvenuta nel 1876. Il fisiologo tedesco Franz Christian Boll individuò nei bastoncelli della retina una sostanza dal colore violaceo molto particolare: la rodopsina, o “viola retinico”. Boll notò che questa molecola, quando viene colpita dalla luce, reagisce immediatamente: perde il suo colore, scolorendosi fino a diventare trasparente. È questo processo chimico di “sbiancamento” che innesca il segnale elettrico inviato al cervello, permettendoci di vedere. In sostanza, i nostri occhi trasformano costantemente la luce in chimica, e la chimica in immagini.
Sulla scia di questa scoperta, un altro scienziato, Wilhelm Kühne, decise di portare la teoria all’estremo. Se la rodopsina si sbianca solo dove colpisce la luce, lasciando intatte le zone in ombra, allora sulla retina deve rimanere un disegno, un negativo della scena osservata. Kühne passò dalla teoria alla pratica con esperimenti di laboratorio documentati. Il caso più celebre riguarda un coniglio albino: l’animale fu fatto fissare immobile verso una finestra sbarrata contro un cielo luminoso per diversi minuti. Subito dopo, la sua retina venne estratta al buio e trattata con una soluzione di allume per “fissare” l’immagine, proprio come si fa in camera oscura. Il risultato fu sconvolgente: sulla retina biologica era rimasta impressa l’immagine nitida delle sbarre della finestra. Era nato il primo optogramma.
Questa prova scientifica scatenò una vera e propria frenesia mediatica. L’immaginario collettivo e la stampa dell’epoca iniziarono a fantasticare su una possibilità inquietante ma rivoluzionaria: utilizzare l’optografia nella medicina legale. Si pensava che, analizzando gli occhi di una vittima di omicidio, si potesse recuperare il volto dell’assassino, rimasto impresso come ultima immagine. Investigatori e scrittori furono sedotti da questa idea potente, ma la realtà si è rivelata molto più complessa della fantasia.
Nonostante il fascino della teoria, la scienza moderna ha confermato che l’occhio non funziona come una fotocamera statica e l’optografia non è utilizzabile per risolvere crimini. I motivi sono biologici e insuperabili:
- Il movimento continuo: Anche quando fissiamo un punto, i nostri occhi compiono movimenti impercettibili e rapidissimi chiamati microsaccadi. Questo “micro-mosso” costante serve a rinfrescare la visione, ma cancella qualsiasi immagine fissa che potrebbe imprimersi sulla rodopsina.
- La complessità della retina: La retina non registra un’immagine completa e definita come un file JPG. Registra segnali grezzi, frammentati e dinamici che solo il cervello è in grado di ricomporre in una visione coerente.
- La rigenerazione chimica: Negli esseri viventi, la rodopsina si rigenera continuamente. Per ottenere un optogramma visibile servirebbero condizioni di luce accecante, un contrasto estremo e la morte istantanea del soggetto, seguita da un’estrazione immediata dell’occhio. Uno scenario che nella realtà forense non accade mai.
Anche se oggi sappiamo che non possiamo vedere “chi ha ucciso” guardando nell’occhio della vittima, l’effetto optogramma rimane una delle pagine più straordinarie della storia della scienza. Ci ricorda che i nostri occhi sono dispositivi biologici incredibilmente sofisticati, vere e proprie “pellicole viventi” che scrivono e cancellano il mondo milioni di volte al giorno. Quella di Kühne e Boll non fu un’illusione, ma il primo passo fondamentale per capire la biochimica della visione, aprendo la strada alle moderne tecnologie che oggi usiamo per curare e proteggere la nostra vista.
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