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Quando in Europa si Curava Ogni Male con Polvere di Mummia Egizia

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Immagina di entrare in una farmacia del Seicento. Tra ampolle di vetro, mortai pesanti e l’odore pungente delle erbe essiccate, il farmacista ti porge con assoluta naturalezza una piccola busta etichettata “Mumia”. Al suo interno non troverai spezie rare o piante esotiche, bensì una polvere scura ricavata tritando antiche mummie egizie.

Sembra la trama di un film horror, ma per secoli questa è stata la realtà medica in Europa. Quella polvere, frutto di un vero e proprio cannibalismo medico, era una merce comunissima e molto ricercata. Veniva sciolta nel vino, mescolata a unguenti grassi o applicata direttamente sulle ferite. Si credeva fosse un rimedio universale: curava il mal di testa, bloccava le emorragie, saldava le fratture, calmava l’epilessia e combatteva quella che all’epoca chiamavano “debolezza del cuore”. In pratica, l’Europa si curava mangiano i morti.

Ma com’è possibile che l’Occidente abbia letteralmente “inghiottito” l’antico Egitto? Tutto nasce da un incredibile equivoco linguistico. Nel mondo arabo-persiano, la parola mumiya indicava il bitume, una pece naturale nera che i medici medievali usavano per le sue proprietà cicatrizzanti. Quando i testi furono tradotti in latino, il termine venne confuso con i corpi imbalsamati degli egizi, che erano conservati usando resine scure molto simili al bitume. Da questo errore di traduzione nacque la convinzione che la mummia contenesse un principio medicinale miracoloso.

La richiesta divenne così alta da creare un macabro mercato nero. Dal tardo Medioevo fino all’Ottocento, carichi interi di resti umani partivano dal Cairo verso i porti europei. Tombaroli senza scrupoli saccheggiavano le necropoli, ma quando le mummie antiche scarseggiavano, i mercanti più spregiudicati non esitavano a produrne di nuove. Prendevano corpi recenti, spesso di condannati a morte o schiavi, li riempivano di bitume e li lasciavano essiccare al sole del deserto per farli sembrare antichi. Per i farmacisti era difficile distinguere la “mumia vera” dalle imitazioni, e spesso chiudevano un occhio.

Perché i medici ci credevano? Secondo la medicina del tempo, ingerire un frammento di un corpo che aveva sconfitto la corruzione del tempo significava assorbirne la forza vitale. Le resine usate per l’imbalsamazione, come la mirra, avevano reali proprietà antisettiche, il che poteva talvolta giustificare lievi miglioramenti nei pazienti, rafforzando la credenza. In paesi come Italia e Francia la si vendeva a peso d’oro; in Inghilterra era la base per unguenti contro le contusioni.

L’uso della mummia non si limitò alla medicina. Dalle macinazioni di questi corpi nacque persino un pigmento per pittori: il Mummy Brown (Bruno di Mummia). Era un colore ricco, tra il bruno e il rossastro, usato in Europa fino alla seconda metà dell’Ottocento. Molti artisti lo usavano senza riflettere sulla sua provenienza. Quando il famoso pittore Edward Burne-Jones scoprì che il suo tubetto di colore conteneva resti umani reali, ne fu così inorridito da organizzare una sepoltura cerimoniale per il tubetto nel suo giardino.

Fortunatamente, con l’avvento della scienza moderna, questa pratica iniziò a declinare. Già nel XVI secolo, chirurghi illuminati come Ambroise Paré avevano denunciato l’inutilità e la pericolosità di curarsi con “carne morta”. Tuttavia, l’uso resistette incredibilmente a lungo. Il definitivo tramonto arrivò solo quando l’egittologia trasformò le mummie da merce da macello a patrimonio storico da proteggere, e quando la chimica dimostrò che non c’era alcuna magia in quella polvere.

Questa storia vera ci lascia una lezione potente: la scienza non è immune alle mode o agli errori di traduzione. Migliaia di reperti archeologici sono andati perduti per sempre, finiti nello stomaco degli europei o sulle tele dei pittori, spinti solo dalla superstizione e dal fascino per l’esotico. Oggi ci sembra impensabile, ma ci ricorda quanto sia fondamentale il dubbio critico e il rispetto etico verso il passato.

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