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Fulmini Vulcanici: La Batteria Primordiale che Accese la Vita sulla Terra

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Immagina una colonna di cenere che si alza per chilometri, un muro nero che oscura il sole. All’improvviso, il buio viene squarciato da violente frustate di luce: non è un normale temporale, è una tempesta nata dal fuoco e dalla terra. Questo fenomeno spettacolare ha un nome: sono i fulmini vulcanici, conosciuti anche come “tempeste sporche”. Non si tratta solo di uno scenario apocalittico, ma di una potente batteria naturale che, secondo gli scienziati, potrebbe aver innescato la prima scintilla della vita sul nostro pianeta.

Ma come fa un vulcano a creare elettricità? Il segreto si nasconde nella violenza dell’eruzione. Mentre la lava esplode, miliardi di frammenti di roccia, vetro vulcanico e ghiaccio vengono sparati nella stratosfera. In questo caos infernale, le particelle si scontrano freneticamente. È lo stesso principio di quando strofini un palloncino sui capelli, ma su scala planetaria: l’attrito carica la cenere di elettricità statica. Inoltre, quando le rocce si frantumano, liberano ulteriori cariche elettriche. Il risultato è una gigantesca dinamo che non riesce più a trattenere l’energia e la scarica sotto forma di fulmini che possono colpire il suolo o ramificarsi all’interno della nube stessa.

La storia ci insegna che questo non è un evento raro, ma terribilmente grandioso. Già nel 79 d.C., Plinio il Giovane descrisse terrificanti “lampeggiamenti” nella nube nera che seppellì Pompei. In tempi moderni, le immagini dei fulmini sopra il vulcano islandese Eyjafjallajökull o il cileno Calbuco hanno fatto il giro del mondo. Tuttavia, nulla è paragonabile a quanto accaduto nel gennaio 2022 con l’eruzione sottomarina dell’Hunga Tonga-Hunga Ha’apai. Quell’evento ha riscritto i libri di scienza: i sensori hanno registrato la tempesta elettrica più intensa mai misurata, con picchi di oltre 2.600 fulmini al minuto. Un’energia incontenibile.

Eppure, oltre alla distruzione, c’è un risvolto incredibile che riguarda le nostre origini. Decenni fa, i famosi esperimenti di Miller e Urey dimostrarono che l’elettricità, attraversando gas semplici, può creare i mattoni della vita. Oggi sappiamo che la Terra primordiale era un mondo di vulcani attivi. Le nubi eruttive, ricche di vapore, anidride carbonica e azoto, bombardate da migliaia di fulmini vulcanici, avrebbero agito come giganteschi reattori chimici. Queste scariche sono capaci di spezzare le molecole dell’aria e ricombinarle in nitrati (fertilizzanti naturali) e precursori biologici, permettendo la formazione dei primi aminoacidi. La cenere stessa, depositandosi, avrebbe poi offerto la superficie perfetta per proteggere e aggregare queste nuove molecole complesse.

Oggi, la tecnologia ci permette di guardare questi mostri di fuoco con occhi diversi. Satelliti e sensori radio captano i fulmini per capire in tempo reale quanto sia pericolosa la nube per gli aerei, rendendo i vulcani “leggibili” come un libro aperto. Ma il fascino resta ancestrale. La prossima volta che vedrai la foto di un cratere avvolto da scariche elettriche, ricorda che non stai guardando solo una catastrofe. Stai osservando il motore del caos che, miliardi di anni fa, potrebbe aver trasformato la materia inerte in materia vivente. In quel bagliore c’è la firma della nostra storia: una distruzione creatrice che continua a plasmare il mondo.

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