L’astronauta dimenticato nello spazio: la vera storia di Sergej Krikalëv e del crollo dell’Unione Sovietica visto dall’orbita

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Nel 1991 Sergej Krikalëv partì per una missione spaziale che, almeno sulla carta, doveva essere normale. Cosmonauta esperto e ingegnere aeronautico, era diretto verso la stazione spaziale MIR, il simbolo più avanzato del programma spaziale sovietico. La sua permanenza prevista era di circa cinque mesi. In realtà, rimase in orbita per 311 giorni. Ma il dato più sconvolgente non fu la durata della missione: mentre orbitava intorno alla Terra, il suo Paese smise di esistere.

Al momento del decollo, l’Unione Sovietica era ancora ufficialmente una superpotenza, anche se già segnata da crisi economiche e tensioni politiche. Dallo spazio, però, tutto sembrava immutabile. La Terra appariva calma e silenziosa: oceani profondi, continenti immobili, nuvole che si muovevano lentamente. Sotto quella superficie tranquilla, la storia stava cambiando in modo irreversibile.

La MIR era un laboratorio orbitante dove i cosmonauti vivevano per mesi in condizioni estreme. In assenza di gravità, anche i gesti più semplici diventavano difficili: dormire legati a un sacco a pelo, mangiare cibo disidratato, lavarsi senza acqua corrente. Il corpo umano ne risente molto: i muscoli si indeboliscono, le ossa perdono densità, l’equilibrio viene compromesso. Krikalëv era preparato a tutto questo. Non poteva però immaginare che la difficoltà più grande non sarebbe stata fisica, ma politica.

Con il passare dei mesi, le comunicazioni con la Terra divennero sempre più confuse. I tecnici cambiavano spesso, le istruzioni erano meno chiare, le notizie sempre più allarmanti. Nell’agosto del 1991 ci fu un tentativo di colpo di Stato a Mosca. A dicembre, l’Unione Sovietica si dissolse ufficialmente, dividendosi in diverse repubbliche indipendenti. La bandiera sotto cui Krikalëv era partito non esisteva più.

Il programma spaziale sovietico, già in difficoltà, si trovò senza fondi e senza una guida politica stabile. Organizzare una missione di rientro costava milioni di dollari, e nessuno sapeva con certezza chi dovesse pagarli. La Federazione Russa stava nascendo, ma affrontava problemi enormi. Così Krikalëv rimase nello spazio, aspettando una soluzione che tardava ad arrivare.

Ogni 90 minuti osservava la Terra scorrere sotto di lui da una piccola finestra della MIR. Vide le città illuminarsi e spegnersi, le tempeste formarsi, le stagioni cambiare. Era consapevole che, al suo ritorno, nulla sarebbe stato come prima. Era partito come cittadino sovietico, ma sarebbe tornato su un pianeta politicamente diverso, in un Paese che stava ancora cercando una nuova identità.

Nonostante l’incertezza, Krikalëv continuò a fare il suo lavoro con professionalità. Mantenne operativa la stazione, svolse esperimenti scientifici, collaborò con cosmonauti di altre nazioni. In quel periodo rappresentò simbolicamente due epoche: fu l’ultimo cosmonauta dell’Unione Sovietica e, allo stesso tempo, uno dei primi esempi di cooperazione spaziale internazionale.

Nel marzo del 1992 rientrò finalmente sulla Terra, atterrando in Kazakistan, come previsto. Ma il mondo che lo accolse era completamente cambiato. La moneta era diversa, il governo era diverso, persino il suo status ufficiale era mutato. Non era più un cosmonauta sovietico: ora era un cittadino russo.

La sua vicenda viene spesso descritta come quella di un uomo “dimenticato” nello spazio. In realtà, è molto di più. È la prova concreta di quanto la storia e la politica possano influenzare anche le missioni scientifiche più avanzate. Dimostra che lo spazio, per quanto lontano sembri, resta sempre profondamente legato a ciò che accade sulla Terra.

Dopo quell’esperienza, Sergej Krikalëv continuò la sua carriera, partecipando anche a missioni della NASA e diventando uno dei primi astronauti della Stazione Spaziale Internazionale. La sua storia resta una delle più straordinarie dell’esplorazione spaziale: quella di un uomo sospeso tra le stelle, mentre il suo mondo cambiava per sempre.

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