C’è una notizia che merita di essere raccontata: un’antilope dalle lunghe corna ricurve, data per spacciata all’inizio del millennio, è tornata a correre libera nei deserti del Ciad. L’orice dalle corna a sciabola era stato dichiarato «estinto in natura», il gradino più drammatico prima della scomparsa totale. Oggi una mandria selvatica cresce, si riproduce e ha convinto gli esperti a rivedere il suo destino. È una delle più belle storie di conservazione degli ultimi anni.
Che cos’è l’orice dalle corna a sciabola
L’orice dalle corna a sciabola (nome scientifico Oryx dammah) è un’antilope di grande eleganza, con mantello chiaro, quasi bianco, e due lunghe corna sottili e ricurve che possono superare il metro di lunghezza. Proprio quella forma arcuata, simile alla lama di una sciabola, gli ha dato il nome.
Un tempo popolava tutta la fascia semidesertica che circonda il Sahara, dal Marocco all’Egitto, dal Senegal al Sudan. Viveva in grandi mandrie che si spostavano tra le praterie aride del Sahel, seguendo le piogge e i pascoli stagionali.
Un animale costruito per il deserto
Sopravvivere in uno degli ambienti più ostili del pianeta richiede adattamenti straordinari. L’orice dalle corna a sciabola è in grado di rimanere a lungo senza bere: ricava gran parte dell’acqua di cui ha bisogno dalle piante di cui si nutre, comprese quelle che accumulano umidità durante la notte.
Il suo mantello chiaro riflette la luce del sole e limita il surriscaldamento, mentre l’organismo tollera temperature corporee elevate senza soffrirne. Sono proprio queste capacità ad averlo reso, per millenni, il signore indiscusso delle pianure sabbiose ai margini del Sahara.

Come si è arrivati all’estinzione in natura
Nel corso del Novecento la popolazione è crollata. Le cause sono tristemente note: la caccia eccessiva, spesso per le corna e la carne, la perdita di habitat dovuta all’espansione dell’agricoltura e del bestiame, le siccità prolungate e l’instabilità di alcune regioni. Mandria dopo mandria, l’areale si è ridotto fino quasi a svanire.
Intorno all’anno 2000 l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) prese atto della realtà e classificò l’orice dalle corna a sciabola come «estinto in natura». Significava che l’animale sopravviveva soltanto negli zoo, nelle riserve private e in alcuni allevamenti specializzati, ma non esisteva più alcuna popolazione libera.
La rinascita: un progetto internazionale in Ciad
Qui inizia la parte bella. Da anni diverse istituzioni conservavano esemplari in cattività, formando quella che i biologi chiamano una «mandria mondiale», custodita soprattutto negli Emirati Arabi Uniti. Quel serbatoio genetico è diventato la base per un ambizioso piano di reintroduzione.
Il progetto ha scelto il Ciad, e in particolare la vasta Riserva di Ouadi Rimé-Ouadi Achim, come luogo del ritorno. A partire dal 2016 gruppi di orici, accuratamente selezionati e monitorati, sono stati liberati nella savana desertica dopo un periodo di ambientamento in recinti protetti.
Chi ha reso possibile il ritorno
Il successo è frutto di una collaborazione internazionale: il governo del Ciad, l’agenzia ambientale di Abu Dhabi, l’organizzazione Sahara Conservation e diversi partner scientifici, tra cui la Società Zoologica di Londra. Ogni animale rilasciato è stato dotato di collari satellitari per seguirne gli spostamenti e intervenire in caso di difficoltà.

I primi cuccioli liberi dopo decenni
Il segnale più incoraggiante è arrivato presto: i primi cuccioli nati in libertà. Una popolazione che si riproduce da sola, senza bisogno di continui rilasci dall’esterno, è la prova che l’ecosistema può di nuovo sostenere la specie. Anno dopo anno la mandria selvatica è cresciuta fino a contare diverse centinaia di individui.
Il declassamento del 2023: da «estinto in natura» a «in pericolo»
Nel 2023 è arrivato il riconoscimento ufficiale. La IUCN ha aggiornato la Lista Rossa spostando l’orice dalle corna a sciabola dalla categoria «estinto in natura» a quella di specie «in pericolo». Può sembrare paradossale festeggiare un’etichetta come «in pericolo», ma in questo caso è un enorme passo avanti: significa che l’animale è di nuovo presente in natura in modo stabile.
Si tratta di uno dei rarissimi casi in cui un mammifero riesce a risalire da uno stato così critico. Come spiega la Società Zoologica di Londra, il declassamento certifica l’esistenza di una popolazione selvatica che si mantiene da sola nel cuore del Ciad.
Perché questa storia è importante
Il ritorno dell’orice non è solo il salvataggio di una singola specie. È la dimostrazione che, quando scienza, risorse e volontà politica lavorano insieme, anche situazioni che sembravano perdute possono essere ribaltate. Le popolazioni conservate negli zoo e nelle riserve, spesso criticate, si sono rivelate un’ancora di salvezza decisiva.
La strada non è finita: la mandria va protetta dal bracconaggio, l’habitat va gestito con cura e serviranno anni di monitoraggio. Ma il messaggio è chiaro. Se ti interessano queste vicende positive, leggi anche il nostro articolo sulla Giornata mondiale per la conservazione della natura.

Domande frequenti sull’orice dalle corna a sciabola
Perché si chiama così?
Il nome deriva dalle sue due lunghe corna sottili e ricurve, la cui forma ricorda quella di una sciabola, la spada dalla lama arcuata.
Cosa significa «estinto in natura»?
È una categoria della Lista Rossa IUCN che indica una specie sopravvissuta solo in cattività, in zoo o riserve, senza più alcuna popolazione libera nel suo ambiente naturale.
Dove è stato reintrodotto?
Nel Ciad, all’interno della grande Riserva di Ouadi Rimé-Ouadi Achim, a partire dal 2016, grazie a un progetto internazionale di reintroduzione.
Come fa a vivere senza acqua nel deserto?
Ricava la maggior parte dell’acqua dalle piante di cui si nutre e tollera temperature elevate, riuscendo così a resistere a lungo senza dover bere direttamente.
Quanti orici vivono oggi in libertà?
La popolazione selvatica reintrodotta è cresciuta fino a diverse centinaia di individui, con cuccioli nati liberi che ne garantiscono la continuità.
È di nuovo salvo dall’estinzione?
Non del tutto: resta una specie «in pericolo» che richiede protezione e monitoraggio costanti, ma il ritorno in natura è un successo enorme rispetto alla situazione di vent’anni fa.