Immagina di andare a letto la sera di mercoledì 2 settembre e svegliarti il mattino dopo, convinto che sia il 3, solo per scoprire che è… giovedì 14 settembre. Sembra un racconto di fantascienza, eppure è quello che accadde davvero in Gran Bretagna nel 1752. Undici giorni sparirono di colpo, come se qualcuno avesse strappato due settimane dal calendario. Da questo evento senza precedenti nacque una delle proteste più curiose della storia: persone inferocite che scesero in piazza gridando: “Ridateci i nostri 11 giorni!”.
Per capire il motivo di un taglio così drastico, dobbiamo fare un passo indietro. Per secoli, l’Europa aveva utilizzato il calendario giuliano, introdotto da Giulio Cesare. Un sistema geniale per l’epoca, ma con un piccolo, insidioso difetto: considerava l’anno lungo esattamente 365 giorni e 6 ore. La realtà, però, è che l’anno solare è leggermente più corto, circa 365 giorni, 5 ore e 49 minuti. Una differenza minima, appena 11 minuti l’anno, che però, accumulandosi secolo dopo secolo, aveva creato un enorme sfasamento. Le stagioni non corrispondevano più alle date sul calendario: l’equinozio di primavera, per esempio, cadeva sempre prima.
Fu Papa Gregorio XIII, nel 1582, a risolvere il problema introducendo il calendario gregoriano. La sua riforma fu brillante: non solo cancellò i giorni di ritardo accumulati, ma modificò la regola degli anni bisestili per evitare che il problema si ripresentasse. Da allora, un anno secolare (che finisce con “00”, come 1700 o 1800) non è più bisestile, a meno che non sia divisibile per 400 (ecco perché il 2000 lo è stato). Il nuovo calendario riportò l’equinozio e le feste religiose, come la Pasqua, in perfetta sincronia con il ciclo solare. I paesi cattolici lo adottarono subito, ma quelli protestanti, come la Gran Bretagna, rimasero diffidenti per quasi due secoli.
La Gran Bretagna e le sue colonie, incluse quelle americane, fecero il grande passo solo nel 1752 con il Calendar (New Style) Act. L’aspetto più spettacolare della legge fu proprio l’attuazione pratica del salto temporale: dopo la mezzanotte di mercoledì 2 settembre scattò direttamente giovedì 14 settembre. Undici giorni spariti, necessari per rimettere in pari l’orologio dello Stato con quello del Sole. Nello stesso momento, si stabilì che l’anno nuovo sarebbe iniziato il 1° gennaio e non più il 25 marzo, come da tradizione. È per questo che sui documenti storici dell’epoca si trova spesso la doppia datazione “Old Style” (OS) e “New Style” (NS), per non creare confusione.
E la gente comune? Qui nacquero i problemi. Molti temevano che il governo avesse letteralmente “rubato” giorni di vita. Altri erano convinti che avrebbero perso giorni di salario o che i proprietari avrebbero preteso l’affitto intero per un mese più corto. Sebbene la legge avesse previsto tutele per evitare perdite economiche, la paura e la confusione dilagarono. Opuscoli e vignette satiriche alimentarono il malcontento. Il celebre pittore William Hogarth, in un suo quadro, inserì uno striscione con la famosa scritta “Give us our eleven days!”, immortalando il clima di sospetto. Anche se oggi gli storici ritengono che le “rivolte di massa” siano state un’esagerazione, di certo ci furono disordini, proteste e un profondo smarrimento collettivo.
Le conseguenze di quel salto nel tempo sono visibili ancora oggi. L’inizio dell’anno fiscale britannico, ad esempio, era fissato al 25 marzo (vecchio stile). Per compensare gli 11 giorni saltati nel 1752, la data fu spostata in avanti al 5 aprile. Con un successivo aggiustamento, slittò al 6 aprile, data che ancora oggi segna l’inizio dell’anno fiscale nel Regno Unito. Un altro dettaglio affascinante riguarda le biografie: George Washington, per esempio, nacque l’11 febbraio secondo il vecchio calendario, ma la sua data di nascita ufficiale oggi è il 22 febbraio, secondo il nuovo stile.
La Gran Bretagna non fu l’ultima. Alcuni paesi si adeguarono ancora più tardi. La Russia, ad esempio, adottò il calendario gregoriano solo dopo la Rivoluzione del 1917, saltando ben 13 giorni nel febbraio del 1918. Per mesi, il paese visse in un caos di doppie date, con i cittadini che faticavano a capire quale fosse il “giorno giusto”.
La bellezza di questa vicenda sta proprio nell’incontro fra la fredda matematica e la vita delle persone. Mostra come una minuscola differenza, pochi minuti all’anno, possa stravolgere il nostro modo di percepire il tempo. Per rimettere in sincronia la Terra, il Sole e le nostre agende, è servita una correzione scientifica che, per una notte, ha cancellato il tempo. Dietro il clamore popolare del “Ridateci i nostri 11 giorni!” si nasconde la grande storia della scienza che, con pazienza, rimette ordine nel caos. E ci ricorda che, quando la scienza tocca le corde della nostra quotidianità, la nostra reazione è sempre un potente mix di meraviglia, paura e domande.
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