Nel cuore più profondo della Guerra Fredda, un periodo storico dominato dalla paranoia nucleare e dalla corsa agli armamenti, l’intelligence americana si trovò a percorrere strade che oggi definiremmo ai limiti della follia. Mentre il mondo guardava ai missili puntati verso il cielo, nei laboratori segreti della CIA stava prendendo forma uno dei progetti di spionaggio più bizzarri e costosi della storia: l’operazione Acoustic Kitty.
L’idea nacque negli anni Sessanta all’interno del Directorate of Science and Technology. La premessa era tanto semplice quanto inquietante: se gli agenti umani potevano essere scoperti e i microfoni nascosti individuati durante le bonifiche, chi avrebbe mai sospettato di un comune gatto randagio? I felini sono silenziosi, agili e perfettamente capaci di avvicinarsi a diplomatici sovietici seduti sulle panchine dei parchi senza destare il minimo allarme. L’obiettivo era trasformare un animale vivo in un dispositivo di sorveglianza mobile, un vero e proprio cyborg biologico.
La realizzazione tecnica fu un’autentica odissea ingegneristica. In un’epoca in cui i computer occupavano intere stanze, la CIA incaricò chirurghi veterinari e ingegneri audio di miniaturizzare la tecnologia di ascolto. L’operazione, durata diverse ore, fu invasiva e complessa: un trasmettitore radio lungo circa due centimetri venne impiantato alla base del cranio del gatto, un microfono fu inserito nel canale uditivo dell’animale e un sottilissimo filo dorato, che fungeva da antenna, venne fatto correre sotto la pelle lungo tutta la colonna vertebrale fino alla punta della coda. Tutto questo doveva essere invisibile all’esterno e non doveva alterare i movimenti naturali del felino.
Tuttavia, dopo aver speso una cifra stimata intorno ai 20 milioni di dollari (una somma astronomica per l’epoca) e aver impiegato cinque anni di ricerca, il progetto si scontrò con una variabile che nessun ingegnere aveva calcolato: la natura stessa del gatto. A differenza dei cani, i gatti non hanno un innato desiderio di compiacere l’uomo né di obbedire agli ordini. Durante le sessioni di addestramento, gli agenti scoprirono che il gatto, se aveva fame, abbandonava la missione per cercare cibo. Se si distraeva, ignorava i comandi. La CIA dovette persino eseguire un ulteriore intervento chirurgico per sopprimere la sensazione di fame dell’animale, nel disperato tentativo di mantenerlo concentrato sull’obiettivo.
Il destino del primo test sul campo, avvenuto presumibilmente in un parco di Washington D.C., è avvolto tra mito e realtà documentata. Secondo la versione più drammatica raccontata da Victor Marchetti, ex ufficiale della CIA, il gatto fu rilasciato con il compito di avvicinare due uomini seduti su una panchina. Pochi istanti dopo essere stato liberato dal furgone dell’intelligence, l’animale fu tragicamente investito da un taxi di passaggio, morendo sul colpo e distruggendo milioni di dollari di tecnologia e anni di lavoro in un singolo istante. Altre fonti interne, come quelle di Robert Wallace dell’Office of Technical Service, sostengono invece che il gatto non morì lì, ma che l’equipaggiamento fu rimosso e il progetto semplicemente cancellato perché i test dimostrarono che l’animale era impossibile da controllare in un ambiente urbano caotico.
Ciò che resta certo è documentato in un memo pesantemente censurato del 1967 intitolato “Views on Trained Cats”, che decretò la fine del programma. Il documento ammetteva che, sebbene la trasmissione audio fosse tecnicamente possibile, i fattori ambientali e il comportamento dell’animale rendevano l’uso tattico non pratico. Acoustic Kitty fu un clamoroso fallimento operativo, ma rimane un capitolo fondamentale per capire l’evoluzione della tecnologia.
Questa storia vera ci offre una lezione potente: il desiderio umano di controllo ha dei limiti precisi. Nonostante i milioni investiti e la tecnologia d’avanguardia, l’imprevedibilità della vita biologica vinse sulla fredda logica dello spionaggio. Oggi, quel tentativo disastroso è visto come un precursore involontario delle moderne tecnologie indossabili e della micro-robotica, ma soprattutto come un promemoria ironico del fatto che, per quanto avanzata sia la scienza, non si può programmare l’istinto di un gatto.
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