Dimenticate per un attimo i film di fantascienza e gli scenari apocalittici inventati dagli sceneggiatori di Hollywood. A volte, la realtà supera di gran lunga la fantasia, e gli eroi che salvano il mondo non indossano mantelli né dispongono di superpoteri. Nel gennaio del 1961, nel momento più gelido della Guerra Fredda, il destino della costa orientale degli Stati Uniti e forse del mondo intero è dipeso da qualcosa di incredibilmente banale: un piccolo interruttore a basso voltaggio e un semplice campo pieno di fango.
Era la notte del 24 gennaio. Un bombardiere strategico B-52 Stratofortress dell’US Air Force stava pattugliando i cieli sopra la Carolina del Nord. Non era un volo di addestramento qualunque: all’interno della stiva, il gigante d’acciaio trasportava due bombe nucleari Mark 39. Per capire la gravità della situazione, basti pensare che ciascuno di questi ordigni aveva una potenza di circa 4 megatoni. In parole povere, una sola di queste bombe era 250 volte più potente dell’ordigno che devastò Hiroshima.
Improvvisamente, accadde l’impensabile. Un guasto strutturale catastrofico fece perdere carburante all’aereo, che iniziò a roteare fuori controllo spezzandosi in volo. Nel caos della disintegrazione, le due bombe atomiche si sganciarono dalla fusoliera, precipitando verso le campagne di Goldsboro. Qui la storia si divide in due scenari terrificanti, uno più inquietante dell’altro.
La prima bomba scese lentamente, frenata dal suo paracadute. Non fu una fortuna: il paracadute si aprì perché il meccanismo interno della bomba “credeva” di essere stato sganciato volontariamente su un bersaglio nemico. L’ordigno iniziò la sua sequenza di armamento completa. I sistemi di sicurezza nucleare prevedevano quattro passaggi di controllo per evitare un’esplosione accidentale. Quella notte, tre di questi sistemi fallirono. Tre barriere di sicurezza, progettate per essere infallibili, vennero superate una dopo l’altra. Rimase attivo un solo, minuscolo componente: un semplice interruttore a bassa tensione, grande quanto un’unghia.
Se quel piccolo pezzo di tecnologia avesse fatto corto circuito a causa dello stress dell’incidente, nulla avrebbe potuto fermare la detonazione. L’esplosione avrebbe creato una palla di fuoco capace di vaporizzare ogni forma di vita per chilometri e generare una ricaduta radioattiva letale su città come Washington, Filadelfia e New York. Milioni di vite rimasero appese a quel singolo contatto elettrico che, miracolosamente, tenne.
Il secondo ordigno, invece, non aprì il paracadute. Cadde in caduta libera e si schiantò in un terreno paludoso a una velocità impressionante, penetrando in profondità nel fango molle. Qui, il nostro secondo eroe improbabile fu proprio la geologia. L’impatto con il terreno saturo d’acqua agì come un cuscino naturale che, pur distruggendo la bomba, impedì ai componenti critici di allinearsi per l’innesco. L’ordigno si inabissò così tanto che, nonostante gli enormi sforzi degli artificieri, una parte del nucleo contenente uranio e plutonio non fu mai recuperata. Giace ancora oggi sepolta lì sotto, motivo per cui lo Stato ha imposto un divieto assoluto di scavo in quell’area.
Per decenni, il governo degli Stati Uniti ha mantenuto il segreto sui dettagli più spaventosi di questo incidente. Solo nel 2013, grazie a documenti declassificati, abbiamo appreso quanto fossimo andati vicini all’apocalisse. Si parla spesso della “teoria del formaggio svizzero” nella gestione del rischio: tanti strati di protezione che hanno dei buchi, e il disastro avviene solo quando tutti i buchi si allineano. Quella notte a Goldsboro, i buchi si erano quasi perfettamente allineati.
Questa vicenda ci lascia una lezione che mette i brividi ma che è fondamentale ricordare. In un mondo dominato da tecnologie complesse e potenze nucleari, la linea tra la normalità e la catastrofe può essere sottilissima. Non furono decisioni strategiche o trattati diplomatici a salvarci quella notte, ma la resistenza meccanica di un piccolo interruttore e la morbidezza di un campo fangoso. È un potente promemoria della fragilità umana e dell’importanza vitale della ridondanza nei sistemi di sicurezza: perché quando la tecnologia fallisce, come inevitabilmente accade, è l’ultimo piccolo dettaglio a fare la differenza tra un incidente storico e la fine del mondo che conosciamo.
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