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Quando la Russia vendette l’Alaska agli Stati Uniti per due centesimi ad acro cambiando la storia del Nord del mondo

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Era una notte fredda di fine marzo del 1867 a Washington DC, quando si concluse uno degli accordi più incredibili e paradossali della storia moderna. Mentre la città dormiva, la diplomazia internazionale ridisegnava i confini del mondo: la Russia aveva appena accettato di cedere un territorio immenso, selvaggio e ghiacciato agli Stati Uniti. Il prezzo pattuito? Appena 7,2 milioni di dollari. A prima vista può sembrare una cifra rispettabile per l’epoca, ma la realtà dei numeri è sconvolgente: stiamo parlando di un’area di circa 375 milioni di acri. Facendo un rapido calcolo matematico, quella terra fu venduta per meno di due centesimi ad acro.

Perché l’Impero Russo decise di svendere un possedimento così vasto? Per capire questa mossa apparentemente folle, bisogna entrare nella mente dello Zar Alessandro II. La Russia usciva con le ossa rotte e le casse vuote dalla disastrosa Guerra di Crimea. L’Alaska, o “America Russa” come veniva chiamata, era diventata un peso insostenibile. Era remota, difficile da difendere e la sua principale risorsa economica, il commercio delle pellicce di lontra marina, era ormai al collasso a causa della caccia eccessiva. Inoltre, lo Zar temeva il peggior incubo geopolitico: che la Gran Bretagna, allora nemica giurata della Russia e ben piazzata nel confinante Canada, potesse invadere l’Alaska e prendersela gratis. Meglio venderla agli americani, pensò lo Zar, creando così un “cuscinetto” tra i possedimenti britannici e la Russia.

Dall’altra parte del tavolo c’era il Segretario di Stato americano William H. Seward, un visionario convinto che il futuro dell’America fosse nell’espansione. La trattativa con il diplomatico russo Eduard de Stoeckl fu frenetica e si concluse alle 4 del mattino del 30 marzo. Pochi mesi dopo, il 18 ottobre 1867, a Sitka, la bandiera imperiale russa venne ammainata per l’ultima volta e fu issata quella a stelle e strisce. Tuttavia, l’entusiasmo di Seward non era condiviso dal popolo americano.

La reazione immediata fu di scherno totale. I giornali e l’opinione pubblica derisero l’acquisto definendolo la “Follia di Seward” o la “Ghiacciaia di Seward”. Perché pagare milioni per un “deserto di ghiaccio” popolato solo da orsi polari? Nessuno poteva immaginare cosa si nascondesse sotto quella coltre bianca. La rivincita della storia arrivò presto e fu brutale per i critici. Nel 1880, la scoperta dell’oro trasformò l’Alaska nella meta dei sogni per migliaia di cercatori di fortuna, ripagando l’investimento iniziale in pochissimo tempo.

Ma il vero colpo di scena arrivò nel Novecento. Sotto il ghiaccio non c’era solo oro, ma oceani di petrolio e gas naturale. La scoperta del giacimento di Prudhoe Bay nel 1968 e la successiva costruzione del Trans-Alaska Pipeline hanno reso quella terra un pilastro energetico fondamentale per l’economia globale, generando miliardi di dollari di profitti. Oltre alle risorse, l’Alaska si rivelò una posizione strategica impareggiabile durante la Guerra Fredda, permettendo agli Stati Uniti di presidiare il Pacifico settentrionale a un passo dall’Unione Sovietica.

Tuttavia, c’è un capitolo di questa storia che non va dimenticato. Questa transazione avvenne sopra le teste di chi quella terra la abitava da millenni: i popoli indigeni. Yupik, Inupiat, Tlingit e Athabaska videro la loro terra venduta da uno stato che non l’aveva mai veramente posseduta a un altro che ne ignorava la cultura. Solo in tempi recenti, attraverso complesse battaglie legali e il Native Claims Settlement Act, le comunità native hanno ottenuto riconoscimenti territoriali e finanziari, dimostrando che l’Alaska non è mai stata una “terra vuota”.

Quello che nel 1867 sembrava un errore colossale, oggi è considerato il più grande affare immobiliare di tutti i tempi. Per soli due centesimi ad acro, gli Stati Uniti non comprarono solo ghiaccio, ma un futuro di ricchezza inimmaginabile. La “Follia di Seward” si è trasformata nella prova che, in geopolitica, ciò che oggi appare inutile, domani può valere un impero.

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