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Il sorprendente scambio del 1717: 600 soldati per i Vasi dei Dragoni di porcellana cinese

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Nel 1717 accadde un evento che, agli occhi di noi moderni, appare ai limiti dell’incredibile, eppure è una verità documentata negli annali della storia europea. Immaginate un accordo commerciale dove la moneta di scambio non è il denaro, non sono territori, ma esseri umani barattati per oggetti d’arte. I protagonisti di questa vicenda straordinaria furono due dei monarchi più potenti e diversi del tempo: Federico Guglielmo I di Prussia, passato alla storia come il “Re Soldato”, e Augusto II il Forte, Elettore di Sassonia e Re di Polonia.

Per comprendere la logica di questo scambio, bisogna immergersi nella psicologia di questi due uomini. Da una parte c’era Federico Guglielmo I, un uomo austero, spartano, ossessionato dall’efficienza e dal potenziamento del suo stato. Egli detestava il lusso, considerandolo uno spreco inutile; per lui, l’unica vera ricchezza risiedeva in un esercito potente, disciplinato e composto da uomini alti e robusti. Dall’altra parte vi era Augusto il Forte, l’esatto opposto: un edonista raffinato, amante dello sfarzo e colpito da quella che lui stesso definiva la “maladie de porcelain”, la malattia della porcellana. Augusto sognava di trasformare la sua capitale, Dresda, in uno scrigno di tesori e vedeva nell’oro bianco venuto dall’Oriente il simbolo supremo del potere e del gusto.

Fu proprio questa divergenza di passioni a rendere possibile l’impossibile. Federico Guglielmo I aveva ereditato dai suoi predecessori una vasta collezione di ceramiche preziose, stipate nei castelli di Oranienburg e Charlottenburg, oggetti che per il suo stile di vita militare non avevano alcun valore. Augusto, al contrario, aveva un disperato bisogno di arricchire le sue collezioni, ma possedeva qualcosa che il Re di Prussia bramava ardentemente: soldati esperti. Così, nella primavera del 1717, fu siglato il patto. Federico Guglielmo I accettò di cedere 151 vasi e pezzi di pregiatissima porcellana cinese, risalenti per lo più all’epoca Kangxi (1662-1722), prelevandoli dalle sue residenze reali.

In cambio di questi fragili capolavori dipinti in bianco e blu, Augusto il Forte pagò un prezzo vivo e pulsante: cedette al vicino prussiano ben 600 dragoni, ovvero soldati di cavalleria perfettamente addestrati e equipaggiati. Non fu uno scambio metaforico: seicento uomini lasciarono la Sassonia per essere incorporati nell’esercito prussiano, formando quello che divenne noto come il reggimento dei “Dragoni di Wuthenau”. Per il Re Soldato, quello fu l’affare del secolo: si era liberato di soprammobili inutili per ottenere una forza militare d’élite. Per Augusto, fu il coronamento di un sogno estetico.

Oggi, visitando la magnifica Collezione di Porcellane nel palazzo dello Zwinger a Dresda, è possibile ammirare ancora quei testimoni silenziosi: sono i celebri Vasi dei Dragoni (Dragonervasen). Si tratta di imponenti vasi da parata coperti, alti anche oltre un metro, decorati con un blu cobalto profondo su uno sfondo bianco latteo, spesso raffiguranti scene mitologiche o draghi orientali. Il loro nome, tuttavia, non deriva dalle creature dipinte sulla superficie, ma dai dragoni in carne ed ossa che servirono come moneta per il loro acquisto.

Questa storia vera, supportata da dati realistici e inventari d’epoca, ci costringe a riflettere su come il valore delle cose sia soggettivo e mutevole. Quello che per un re era solo “coccio” decorativo, per l’altro era un tesoro inestimabile; ciò che per uno era materiale umano sacrificabile, per l’altro era la chiave della potenza statale. I Vasi dei Dragoni restano lì, intatti e splendenti dopo oltre trecento anni, a ricordarci che la storia non è fatta solo di date e battaglie, ma di desideri umani, ossessioni e di un tempo in cui l’arte valeva letteralmente quanto un esercito.

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