1773374510880_rTMFWe2m

Il pilota che atterrò con un aereo in una strada di Manhattan per vincere una scommessa

Condividi l'articolo

Ci sono sceneggiature che Hollywood scarterebbe perché “troppo assurde per essere vere”, e poi c’è la vita di Thomas Fitzpatrick. In una New York fumosa e vibrante degli anni Cinquanta, questo uomo non si limitò a sfidare la legge: sfidò la logica, la fisica e il buon senso, entrando nella leggenda per una scommessa da bar. La sua storia non è solo un aneddoto curioso, ma la cronaca di un’impresa aviatoria folle e tecnicamente impensabile: atterrare con un aereo in mezzo a una strada di Manhattan, di notte, senza luci e senza radio. E come se non bastasse, lo fece due volte.

Tutto ha inizio in una notte di settembre del 1956. Fitzpatrick, un pilota esperto con un passato nei Marines e una decorazione della Guerra di Corea, sta bevendo con alcuni amici in un locale di Washington Heights, nella parte nord di Manhattan. L’alcol scorre e la discussione si accende su un punto apparentemente banale: la velocità. Un amico sostiene che sia impossibile partire dal New Jersey e arrivare in quel bar in meno di 15 minuti. Per chiunque sarebbe stata solo una chiacchiera da ubriachi; per Tommy Fitz divenne una questione d’onore.

Senza dire una parola di troppo, Fitzpatrick esce dal locale, attraversa il fiume Hudson e raggiunge la Teterboro School of Aeronautics nel New Jersey. Sono le tre del mattino. Approfittando della sicurezza quasi inesistente dell’epoca, “prende in prestito” un monomotore leggero da turismo. Decolla nel buio pesto, senza piano di volo, senza contatto con la torre di controllo e senza luci di navigazione per non farsi notare. È un fantasma nei cieli di New York.

Ciò che accade dopo è pura follia aeronautica. Fitzpatrick punta il muso dell’aereo verso le luci della città, individua St. Nicholas Avenue e inizia la discesa. Immaginate la scena: una strada cittadina fiancheggiata da palazzi, piena di lampioni, cavi elettrici e auto parcheggiate. Non è una pista: è un tunnel di ostacoli mortali. Eppure, con una precisione chirurgica e un sangue freddo spaventoso, il pilota allinea il velivolo, tocca l’asfalto e frena proprio davanti al bar dove aveva lasciato il suo drink. Tempo impiegato: meno di 15 minuti. La scommessa è vinta.

La reazione delle autorità fu, col senno di poi, incredibilmente clemente. Il proprietario dell’aereo rifiutò di sporgere denuncia perché il velivolo era intatto — un miracolo in sé — e Fitzpatrick se la cavò con una sospensione della licenza e una multa di soli 100 dollari. Sembrava la fine di una bravata irripetibile. Ma la storia aveva in serbo un secondo atto ancora più clamoroso.

Passano due anni. È il 4 ottobre 1958. Fitzpatrick si trova di nuovo in un bar di Manhattan. Mentre racconta la sua impresa del ’56, un altro avventore — forse un barista scettico del Connecticut — lo guarda con aria di scherno. Non ci crede. Sostiene che atterrare in una strada di New York sia fisicamente impossibile e che quella storia sia una bugia. L’orgoglio di Tommy si accende di nuovo. La reazione è istantanea e identica: torna a Teterboro nel cuore della notte, ruba un altro aereo e decolla.

Incredibilmente, la storia si ripete. Questa volta, però, Fitzpatrick sceglie un “pista” diversa: Amsterdam Avenue, all’altezza della 187esima strada. L’atterraggio è ancora una volta perfetto, nonostante la carreggiata stretta e il buio. Scende dall’aereo illeso, lasciando un secondo velivolo parcheggiato tra i condomini come fosse un’automobile, solo per dimostrare a uno sconosciuto che non stava mentendo. Questa volta, però, il giudice non sorride: la sentenza è di sei mesi di carcere. Il giudice John A. Mullen, nel condannarlo, disse una frase rimasta celebre: “Avevi già tentato la fortuna una volta, scendere dal cielo una seconda volta è stata una sfida troppo grande al destino”.

Perché questa storia ci affascina ancora oggi? Perché ci parla di un mondo che non esiste più. Negli anni Cinquanta, l’aviazione civile era un territorio di frontiera, dove le regole erano elastiche e gli aeroporti erano accessibili come parcheggi. Oggi, con radar, transponder e misure antiterrorismo, un’azione del genere verrebbe intercettata in pochi minuti. Ma c’è anche l’aspetto tecnico: atterrare su una strada urbana richiede una maestria assoluta. Bisogna calcolare l’angolo di discesa a occhio, gestire le turbolenze create dai grattacieli ed evitare ostacoli invisibili fino all’ultimo secondo. Un errore di un metro avrebbe significato schiantarsi contro un palazzo.

Thomas Fitzpatrick morì nel 2009, ma il suo spirito vive ancora nei racconti di chi passa per Washington Heights. Non è l’apologia di un crimine, ma il riconoscimento di un’abilità straordinaria macchiata dall’imprudenza. La doppia impresa di Tommy Fitz rimane la prova che, a volte, la realtà non ha bisogno di effetti speciali: basta un pilota con troppo orgoglio, un aereo leggero e una città che, nel bene e nel male, permetteva l’impossibile.

Potrebbe interessarti:

Torna in alto