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Progetto Znamya: Il Sole Artificiale che la Russia Tentò di Accendere nello Spazio

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Immaginate una gelida notte d’inverno in Siberia: freddo pungente, un silenzio assoluto e un buio che avvolge ogni cosa per mesi. Ora, pensate che all’improvviso il cielo si illumini per alcuni minuti, come se un’alba improvvisa squarciasse la tenebra, grazie a un enorme specchio in orbita che riflette la luce del Sole sulla Terra. Non è fantascienza: è la storia vera del Progetto Znamya, che in russo significa “bandiera”. Un sogno audace tentato negli anni ‘90 per sconfiggere il buio delle lunghe notti polari.

L’idea era tanto geniale quanto audace: non creare una nuova fonte di luce, ma usare quella già esistente, il Sole. Il piano prevedeva di lanciare in orbita un gigantesco specchio, sottile come un foglio di alluminio, ripiegato dentro una navicella spaziale. Una volta nello spazio, lo specchio si sarebbe aperto, orientandosi per catturare i raggi solari e proiettarli su una specifica città sulla Terra. Gli ingegneri sovietici, e poi russi, immaginavano specchi grandi come stadi per illuminare le regioni artiche, facilitando la vita quotidiana e le attività economiche. Nei test iniziali, i prototipi furono più piccoli, con un diametro di qualche decina di metri.

Il primo vero successo arrivò nel 1993 con Znamya 2. Lo specchio, una sottilissima pellicola metallizzata, fu rilasciato da una navicella Progress partita dalla stazione spaziale Mir. Dispiegandosi come un fiore argentato nel vuoto cosmico, per circa sei minuti creò una scia di luce che attraversò l’Europa, dalla Francia meridionale alla Russia occidentale. Chi ebbe la fortuna di assistere all’evento sotto un cielo sereno descrisse un bagliore in movimento, un “punto di giorno” che correva veloce nel buio. La macchia luminosa era larga circa 5 chilometri e viaggiava a una velocità di 8 km/s, inseguendo l’orbita della navicella. La sua intensità era paragonabile a quella della luna piena: non il sole a mezzanotte sognato, ma la prova che l’idea, in linea di principio, funzionava.

L’entusiasmo portò a pianificare un secondo, ambizioso test: Znamya 2.5, nel 1999. Questa volta lo specchio era più grande, con un diametro di 25 metri, e tecnologicamente più avanzato. La procedura era la stessa: un veicolo Progress lo avrebbe rilasciato vicino alla Mir per poi aprirlo. Ma questa volta, il destino fu avverso. Durante la delicata fase di dispiegamento, la pellicola si impigliò in una delle antenne della stazione spaziale. In pochi istanti, la membrana si strappò e si accartocciò irrimediabilmente. Anni di lavoro svanirono in pochi, drammatici istanti. L’incidente segnò la fine del programma: i costi elevati, le difficoltà tecniche e i dubbi sulla sua reale utilità non permisero di arrivare a un terzo tentativo.

Perché un’idea così affascinante non ha mai avuto un seguito? Le ragioni sono complesse. Prima di tutto, la geometria orbitale: per riflettere la luce su una zona al buio, lo specchio deve essere illuminato dal Sole mentre sorvola quella zona. Questo è possibile solo per pochi minuti all’alba o al tramonto, e la macchia di luce si sposta troppo velocemente per essere davvero utile. Inoltre, la luce riflessa non era abbastanza intensa da sostituire l’illuminazione diurna. A questo si aggiunsero preoccupazioni pratiche e ambientali: il rischio di abbagliamento, l’impatto sulla fauna notturna, l’inquinamento luminoso per gli osservatori astronomici e il pericolo creato dai detriti spaziali in caso di altri fallimenti.

Eppure, la sfida di Znamya non fu vana. La tecnologia sviluppata per dispiegare quelle sottili membrane riflettenti nello spazio è oggi alla base delle vele solari, sistemi di propulsione che usano la pressione della luce solare per spingere piccole sonde interplanetarie senza bisogno di carburante. Le tecniche di dispiegamento sono essenziali anche per grandi antenne e telescopi spaziali. Il Progetto Znamya resta uno di quei capitoli della storia dell’esplorazione spaziale in cui l’ingegneria sfiora la poesia. Non ci ha regalato un vero sole artificiale, ma per un breve momento ha trasformato il cielo notturno, dimostrando che anche le idee più audaci possono brillare, almeno per un istante.

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