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Magnetobatteri, le bussole viventi nascoste nei fondali

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Immagina di affondare una mano nel fondale fangoso di un lago, tra la sabbia di una zona costiera o persino nella melma di una semplice pozzanghera. Lì sotto, invisibile a occhio nudo, si nasconde un esercito silenzioso di microrganismi che compie un’impresa straordinaria: naviga utilizzando il campo magnetico del pianeta. Questi sono i magnetobatteri, creature minuscole che hanno trasformato il magnetismo in uno strumento di sopravvivenza, unendo biologia, fisica e geologia in un racconto reale che supera la fantasia.

Ma cosa sono esattamente e perché si comportano come bussole viventi? I magnetobatteri vivono principalmente nei sedimenti acquatici, in un ambiente molto specifico. Per loro, l’ossigeno è un’arma a doppio taglio: ne hanno bisogno per respirare, ma quantità eccessive possono essere letali. Il loro obiettivo vitale è trovare quella sottile zona di confine, nel fango, dove la concentrazione di ossigeno è perfetta. Tuttavia, orientarsi in un labirinto microscopico, senza occhi e circondati da detriti, è quasi impossibile. Ecco perché l’evoluzione ha fornito loro un “superpotere”: una bussola interna.

All’interno delle loro cellule, questi batteri costruiscono e custodiscono cristalli nanometrici di magnetite (un minerale magnetico) o di greigite. Questi cristalli non sono sparsi alla rinfusa, ma sono racchiusi in sacche protettive chiamate magnetosomi e disposti in fila indiana, proprio come una collana di perle microscopica. Questa struttura crea un dipolo magnetico sufficiente a costringere l’intera cellula ad allinearsi passivamente alle linee del campo magnetico terrestre.

La genialità di questo meccanismo sta nella sua funzione pratica. Nel nostro emisfero, le linee del campo magnetico non puntano solo verso il Nord, ma si inclinano verso il basso. I batteri sfruttano questa inclinazione per capire dov’è il “basso” e nuotare rapidamente verso i sedimenti più profondi, evitando di vagare inutilmente nell’acqua troppo ossigenata in superficie. Non cercano il Nord per esplorare: usano il magnetismo per sapere da che parte scendere. È un sistema di navigazione efficiente, perfezionato in miliardi di anni.

Questa scoperta affascinante risale al 1975, grazie al microbiologo Richard Blakemore, che osservò al microscopio batteri muoversi all’unisono vicino a un magnete. La cosa sorprendente non è solo il comportamento, ma la precisione ingegneristica con cui questi organismi sintetizzano i loro magneti. I cristalli sono perfetti, uniformi e purissimi, una qualità che l’uomo fatica a replicare artificialmente. Proprio per questo, i magnetosomi sono oggi al centro di studi pionieristici nelle nanotecnologie: si ipotizza di utilizzarli per trasportare farmaci in punti precisi del corpo umano o per migliorare la risonanza magnetica.

L’eredità di questi batteri va oltre la loro morte. Quando periscono, le parti organiche si degradano, ma i cristalli magnetici restano, trasformandosi in magnetofossili. Queste minuscole tracce, sepolte nelle rocce sedimentarie, permettono ai geologi di ricostruire la storia del clima e le antiche inversioni del campo magnetico terrestre. Sono come briciole di pane indistruttibili, lasciate lungo il cammino dell’evoluzione della Terra.

La prossima volta che guardi un specchio d’acqua apparentemente immobile, ricorda che sotto la superficie c’è un mondo frenetico e organizzato. Non servono satelliti o GPS: la natura ha trovato una soluzione elegante molto prima di noi. I magnetobatteri ci insegnano che, anche nel fango più profondo, esiste una tecnologia biologica raffinata, capace di sfruttare le forze invisibili che avvolgono il nostro pianeta. È uno di quei rari casi in cui la realtà scientifica è talmente perfetta da lasciare senza parole.

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