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Il furto della Gioconda che trasformò il capolavoro di Leonardo in un mito mondiale

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La scena sembra uscita da una sceneggiatura di Hollywood, eppure è storia pura, cronaca vera di un evento che ha cambiato per sempre il mondo dell’arte. Nell’estate del 1911 un semplice imbianchino italiano, Vincenzo Peruggia, riuscì nell’impresa impossibile: sottrarre la Gioconda dal museo del Louvre e sparire nel nulla, con il capolavoro nascosto sotto il grembiule da lavoro. Per due lunghi anni, il pianeta intero si chiese che fine avesse fatto la donna dal sorriso enigmatico. Il paradosso è incredibile: fu proprio quel furto audace a trasformare la Monna Lisa nell’opera d’arte più famosa della Terra.

Siamo a Parigi, è l’alba di lunedì 21 agosto 1911, giorno di chiusura del museo. Peruggia gioca in casa: conosce a memoria i corridoi del Louvre perché vi ha lavorato come vetraio, installando proprio le teche protettive per alcuni dipinti. Indossa un anonimo camice bianco, la divisa degli addetti alla manutenzione, che lo rende praticamente invisibile. Secondo la ricostruzione più accreditata, si era nascosto dalla sera prima in uno sgabuzzino o era entrato mescolandosi agli operai del turno mattutino. La sorveglianza è quasi inesistente, le sale sono deserte e il quadro non è collegato a nessun allarme.

Le dimensioni dell’opera giocano a suo favore. La Gioconda è molto più piccola di quanto l’immaginario collettivo suggerisca: misura circa 77 per 53 centimetri. Con una calma glaciale, Peruggia stacca il dipinto dalla parete, raggiunge una scala di servizio e smonta la cornice e il vetro. Qui il destino ci mette lo zampino: la porta d’uscita è bloccata. L’imbianchino non si perde d’animo, smonta la maniglia e, incrociando un idraulico di passaggio, si fa addirittura aprire la porta, venendo scambiato per un collega rimasto chiuso dentro. Nessuno sospetta nulla. Così, il quadro più prezioso al mondo esce in strada, confondendosi tra la folla di Parigi.

La scomparsa viene scoperta solo il giorno successivo, martedì, grazie a un pittore, Louis Béroud, che si era recato al museo per ritrarre la Gioconda e trova solo quattro ganci vuoti sul muro. Inizialmente si pensa a uno spostamento per i fotografi, ma quando la verità emerge, scoppia il panico. La notizia esplode sui giornali con una potenza mai vista prima grazie al telegrafo. La polizia brancola nel buio totale. Vengono offerti premi in denaro e la caccia al ladro diventa un’ossessione nazionale. In questo clima di sospetto finiscono sotto interrogatorio persino giganti della cultura come il poeta Guillaume Apollinaire e il pittore Pablo Picasso, sospettati ingiustamente di essere coinvolti in traffici di statuette rubate.

Mentre la Francia è sotto shock, Peruggia è tornato alla sua vita di sempre. La Gioconda non è in un caveau segreto, ma nascosta in una valigia a doppio fondo, sotto un tavolo, in una modesta stanza parigina. Rimane lì, al buio, per due anni. Il movente di Peruggia è semplice e ingenuo: è convinto di compiere un atto di patriottismo. Crede, erroneamente, che l’opera sia stata rubata da Napoleone Bonaparte e vuole restituirla all’Italia. La verità storica è diversa: il dipinto fu acquistato regolarmente dal re Francesco I direttamente da Leonardo da Vinci nel Cinquecento, ma questa distinzione non scalfisce la missione dell’imbianchino.

La svolta arriva nel dicembre del 1913. Peruggia scrive a un antiquario di Firenze, Alfredo Geri, firmandosi “Leonardo” e proponendo di restituire il tesoro alla sua terra d’origine. Organizzano un incontro in un albergo fiorentino. Quando il direttore degli Uffizi esamina l’opera, non crede ai suoi occhi: è l’originale. I carabinieri intervengono immediatamente e l’imbianchino viene arrestato. La Gioconda compie un breve tour trionfale in Italia, esposta a Firenze, Roma e Milano tra folle commosse, prima di essere restituita alla Francia nel 1914 con tutti gli onori di stato.

Al processo, la pena per Peruggia è sorprendentemente lieve: un anno e quindici giorni di prigione. La sua difesa patriottica, seppur basata su un errore storico, tocca il cuore dell’opinione pubblica italiana che lo vede come un eroe romantico e un po’ sprovveduto. Peruggia tornerà a fare l’artigiano e morirà in Francia nel 1925, portandosi nella tomba il segreto delle sue vere emozioni in quei giorni.

Perché questa storia è fondamentale? Perché prima del 1911 la Gioconda era un’opera stimata dagli esperti, ma non era l’icona pop che conosciamo oggi. È stato il vuoto lasciato sulla parete a creare il mito. Durante l’assenza, migliaia di persone andarono al Louvre solo per fissare quello spazio vuoto. I giornali la resero onnipresente e il mistero creò un desiderio globale. Da quel momento, il sorriso di Monna Lisa è diventato patrimonio dell’umanità.

Ecco alcune curiosità che rendono questa vicenda unica:

  • Supporto in legno: Il dipinto non è su tela, ma su una tavola di legno di pioppo. Peruggia dovette portarlo via rigido sotto il braccio, rendendo la fuga ancora più rischiosa.
  • Il mito del vuoto: Lo spazio lasciato libero sulla parete attirò più visitatori del quadro stesso nei mesi precedenti al furto.
  • L’errore storico: La Gioconda non era bottino di guerra napoleonico, ma un acquisto legittimo dei re francesi.
  • La nascita della celebrità: Fu il primo evento artistico a diventare virale grazie alla stampa di massa e alla fotografia.

La lezione più sorprendente è che non fu un re, né un critico d’arte o un direttore di museo a rendere la Gioconda immortale. Fu un imbianchino col suo camice bianco, un lunedì mattina qualunque. Da allora, quel volto non appartiene più solo alla storia dell’arte, ma alla memoria viva di tutto il mondo.

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